I Trattati prevedono esplicitamente una linea comune per la sicurezza, ma quasi ogni passo è poi frenato dalla necessità del consenso dei 27 Stati membri

In Europa, l’atroce guerra in Ucraina ha diffuso un gran senso di insicurezza e l’Unione europea con il suo Dna antitetico, incardinato sulla pace e la collaborazione multilaterale, è posta davanti a una serie di nodi da sciogliere sul versante della sua idoneità a difendersi. I punti chiave non sono nuovi, però l’incedere degli eventi rende urgenti le risposte e impone chiarezza. Purtroppo, come si è visto in precedenti frangenti gravi e imprevisti, i meccanismi Ue sembrano non funzionare a dovere, frenati dalla loro stessa configurazione e dalle divergenze tra gli Stati membri. Sinora, in buona sostanza, ci si è attivati adottando sanzioni parziali, destinando somme ingenti per il sostegno finanziario e umanitario all’Ucraina, fornendole armi e con riunioni, dichiarazioni e visite dimostrative. Atti anche rilevanti che sarebbe errato sminuire, ma che lasciano intatti svariati interrogativi di fondo.
Un primo esempio riguarda l’apparente assenza di un’iniziativa volta a favorire un cessate il fuoco e dei negoziati. Un compito impervio, inutile nasconderselo: tuttavia, colpisce che i tentativi in tal senso siano venuti più dai vertici di qualche governo che non da quelli Ue. Questo, insieme all’esito sin qui infruttuoso, conferma che sulla scena internazionale, la progressiva netta perdita d’influenza delle singole Nazioni europee non è stata per nulla compensata da un concreto e visibile ruolo corale dell’Unione. Eppure, i Trattati Ue prevedono esplicitamente una «politica estera e di sicurezza comune», inclusiva di numerose e variegate azioni operative con le pertinenti procedure. Il problema sempre segnalato è che quasi ogni passo richiede il consenso dei 27 Stati membri. Se ne deve dedurre, allora, che non c’è unanimità sulle cose da fare, oppure che prevale il desiderio di protagonismo individuale. Sebbene i due motivi siano comprensibili e abbiano pesato in passato, nelle circostanze presenti, è davvero arduo negarne la seria miopia.
Peraltro — ed è il secondo esempio — viene sovente sottovalutato l’articolo 42 del Trattato Ue, univoco nel sancire che «qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso». Non servono delibere, l’obbligo scatta in automatico. Traducendolo in termini schietti, l’Italia si troverebbe in guerra se uno dei partner Ue fosse attaccato militarmente. La norma equivale al più spesso citato articolo 5 del Trattato Nato, il cui intero sistema è al servizio di questa drammatica evenienza, mentre nell’Unione europea le strutture comuni che dovrebbero attivarsi non sono analoghe. Andrebbero perfezionate al meglio, in particolare precisando la catena di comando e bisogna farlo velocemente, visto che il rischio esiste, pur augurandoci che rimanga remoto. Il parallelismo fra le due disposizioni Ue e Nato fa anche riflettere sui distinguo che accompagnano i ragionamenti su una possibile entrata dell’Ucraina nell’una anziché nell’altra organizzazione. Quale sarebbe la reale differenza per un ipotetico nemico? Semplice: gli Usa, la loro potenza globale, il loro arsenale.
E qui arriva un terzo esempio: ai recenti vertici si è concordato di dotare l’Unione di una «capacità di difesa autonoma». Opzione già prevista dai Trattati Ue che echeggia gli intenti della Comunità europea di difesa (Ced), varata con lungimiranza nel 1952, ma bloccata dal voto negativo del Parlamento francese. In aggiunta a quanto osservato poc’anzi circa l’urgenza di specificare bene gli assetti militari Ue, va sottolineato che il programma della Ced era ambizioso, dettagliato e di ampia scala per effettivi e armamenti. Quindi, è consigliabile una rilettura diligente del suo testo, quale fonte ancor’oggi di utile ispirazione. Inoltre, c’è un profilo cruciale di palese sensibilità che non dovrebbe essere relegato in una sorta di limbo. Come sappiamo, la forza bellica, con la sua prioritaria valenza deterrente, dev’essere al servizio di un’efficace politica estera e, dunque, occorre che sia credibile. Negli odierni equilibri mondiali, ci sono due fattori che fanno la differenza: il seggio permanente all’Onu con l’assortito diritto di veto e l’arma nucleare. Nell’ambito Ue, un solo Stato li ha e li ha entrambi: la Francia. Ne discende che il tema della condivisione andrebbe messo sul tavolo senza indugi, malgrado sia all’evidenza delicato. Magari, lo stesso governo francese, da tempo promotore di una difesa comune, ci avrà riflettuto e potrà aiutare: se così non fosse, il progetto base partirebbe in maniera inadeguata.
L’ultimo esempio attiene alla nota vulnerabilità europea per materie prime indispensabili. L’Unione si sta confrontando con dilemmi insidiosi. Finanziare chi considera aggressore, comprandone il gas o accettare chiusure industriali, recessione e sacrifici nel tenore di vita? Cercare fornitori differenti, anche passando sopra la loro distanza dal nostro concetto di garanzie e libertà basilari? E per giunta farlo pellegrinando divisi, ogni Stato per sé. È duro scivolare in un’ambiguità morale, specie perché valori e diritti sono un caposaldo dei Trattati Ue, ed è stolto farsi una concorrenza intestina. Di nuovo, il nodo va sciolto agendo rapidamente insieme, almeno per concordare una linea di coerenza etica, presentarsi come acquirente unico con più forza contrattuale, ripartire equamente le risorse disponibili, stanziare i fondi per gli investimenti necessari al futuro.

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