Guerra Ucraina

Dai progetti per la difesa alle trattative con Pechino e all’approvvigionamento di gas, continua ad allungarsi la lista dei motivi di disaccordo. E di preoccupazione

Tutte le volte che Helmut Kohl incontrava un capo dell’Eliseo, al momento degli onori militari si inchinava due volte di fronte alla bandiera francese. Era un gesto di rispetto e gratitudine, che il cancelliere tedesco pagava all’intesa con Parigi, pietra angolare della redenzione europea della Germania nel Dopoguerra. È un gesto che questa mattina Olaf Scholz, arrivando nella capitale francese per incontrare Emmanuel Macron, non ripeterà. In verità il doppio inchino al tricolore rosso, bianco e blu non lo hanno mai fatto né Gerhard Schröder né Angela Merkel. Eppure, nonostante gli smottamenti geopolitici innescati dalla riunificazione tedesca, che ha rovesciato i rapporti di forza tra i due Paesi, l’alleanza tra Francia e Germania ha continuato per trent’anni a funzionare, motore imprescindibile di ogni progresso nell’integrazione europea. Forse non più sufficiente, ma assolutamente necessario.
Non più. Anche se l’odierno tête-à-tête parigino si concluderà con un rituale impegno di amicizia e cooperazione, nessuna amenità diplomatica può ormai nascondere la crisi strutturale in cui si trova il rapporto franco-tedesco, un malessere che nel medio periodo potrebbe sconvolgere gli equilibri nell’Unione europea. Rien ne va plus tra Parigi e Berlino, costrette nei giorni scorsi perfino ad annullare l’annuale vertice intergovernativo, rinviandolo sine die a causa di divergenze incolmabili su tutti i dossier in agenda.
La lista dei disaccordi continua ad allungarsi. Macron è furibondo per il progetto di scudo missilistico europeo lanciato dalla Germania insieme a 14 Paesi e basato su tecnologie tedesche, americane e israeliane, pietra tombale per l’«autonomia strategica» europea a lui cara. Sempre in tema difesa, l’iniziale entusiasmo francese per i 100 miliardi stanziati in febbraio dalla Germania per un riarmo in grande stile, è diventato forte irritazione di fronte alle scelte di Berlino, che ha messo la sordina ai progetti franco-tedeschi o europei, orientandosi invece verso i sistemi made in Usa, a cominciare dagli F-35. Ancora, il capo dell’Eliseo considera uno sgarbo la scelta di Olaf Scholz di recarsi a Pechino a novembre (accompagnato da uno stuolo di imprenditori) ignorando la sua proposta di andarci insieme in una missione europea.
Sul fronte tedesco, c’è molta delusione per il definitivo no di Parigi alla Midcat Pipeline, che avrebbe dovuto connettere la rete del gas spagnola alla Francia, via Pirenei, consentendo di portare più metano verso il Nord Europa. Berlino lamenta anche l’assenza di sostegno francese all’ampliamento della Ue verso i Balcani occidentali, perché Parigi privilegia il progetto di Comunità politica europea, battezzato a Praga il 6 ottobre.
Ma oltre i singoli episodi c’è qualcosa di più profondo ed epocale nella crisi di quella che solo i francesi definiscono «le couple», la coppia, mentre i tedeschi, dimentichi di Heine e dei romantici, hanno sempre chiamato «Motor». In settembre, a Evian, in occasione dei tradizionali colloqui franco-tedeschi, tutti i capi d’azienda presenti hanno notato la freddezza di Olaf Scholz, non certo modello di empatia e tatto, che nel suo discorso non ha accennato neppure una volta all’intesa tra i due Paesi, mettendo invece l’accento sulla centralità della Germania, prima potenza della nuova Europa, che include l’Ucraina.
Ed eccoci al punto cruciale. La guerra d’aggressione di Putin contro Kiev ha cambiato forse per sempre le priorità e gli equilibri in Europa, iniziando a spostarne verso Est e Nord il centro di gravità geopolitico. Polonia, Paesi baltici e nordici acquistano nuovo peso, anche sul piano morale avendo da sempre messo in guardia dalla minaccia rappresentata da Putin. Nella prospettiva, non vicinissima ma certa, di un’adesione dell’Ucraina all’Ue, nuove alleanze se non addirittura un nuovo blocco sono destinati a emergere.
Il conflitto e le sue ricadute, soprattutto energetiche, hanno definitivamente messo in crisi il modello economico mercantilista, seguito dalla Germania non senza egoismi negli ultimi trent’anni e basato su energia russa a basso prezzo, robusta domanda e mercato cinesi, difesa garantita dagli Usa. È una tempesta perfetta per Berlino, costretta al primum vivere, anche a spese dell’intesa con Parigi. I 200 miliardi di euro stanziati dal governo federale per parare il caro energia, decisi senza alcun coordinamento con i partner europei, ne sono una prova. La Francia da parte sua rischia di ritrovarsi indebolita, schiacciata sul fianco occidentale dell’Europa e della Nato e, come spiega il politologo Gilles Gressani, sarà tentata di guardarsi intorno, magari cercando opzioni latine, sicuramente in Spagna, forse in Italia. Dice tutto della preoccupazione di Macron la frase «non è un bene per l’Europa quando la Germania si isola». Ma sarebbe sicuramente un grave errore per l’instabile e un po’ rissosa coalizione al governo a Berlino, voltare del tutto le spalle a Parigi, come se non ne avesse più bisogno. Anche se il nuovo centro gravità non è più sul Reno, solo insieme Germania e Francia possono far avanzare l’integrazione e fare da argine a ogni tentazione sovranista in Europa.

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