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Parlamento e governo dovrebbero avere il coraggio e la determinazione di disegnare una sorta di «zona franca temporale» della burocrazia: per due anni si semplifichino drammaticamente le procedure di spesa

In un recente intervento su queste pagine Sabino Cassese ha messo in luce l’esigenza di rinnovare corpi importanti della pubblica amministrazione, in passato considerati pilastri della buona burocrazia: il Consiglio di Stato e la Ragioneria generale. Non c’è dubbio che nuovi approcci e competenze siano necessari e che questa consapevolezza sia presente anche all’interno degli stessi apparati. Tuttavia, i tempi necessari a una ordinata trasformazione non sono compatibili con l’urgenza e l’emergenza che stiamo vivendo.
L’attuazione del Pnrr ha sinora rispettato le scadenze, come ha riconosciuto anche l’Unione Europea liquidando le prime tranche di finanziamenti. Ma la fase più importante inizia adesso e si misurerà nella concreta capacità di generare sviluppo attraverso la messa a terra di investimenti in opere strategiche per il Paese. Si pensi solo alla transizione energetica, all’economia circolare, alla digitalizzazione, allo sviluppo di reti e infrastrutture.
Diversi provvedimenti di semplificazione relativi a procedure e permessi sono stati approvati anche dal governo Draghi. Passaggi importanti, ma non sufficienti. Il nuovo governo e il premier in pectore Giorgia Meloni si troveranno di fronte alla necessità di accelerare in modo drammatico i tempi di realizzazione degli investimenti, pena mettere a rischio i fondi europei e soprattutto non riuscire a generare quel booster per la ripartenza di cui il Paese ha quanto mai bisogno.
L’evidenza, anche degli ultimi mesi, non va purtroppo in questa direzione. I processi autorizzativi continuano ad avere tempi lunghissimi, imbrigliati tra competenze e pareri di diversi livelli di governo e amministrazioni, complicati meccanismi di gestione del consenso politico a livello territoriale, un approccio tendenzialmente prudente e difensivo della burocrazia, l’opposizione sistematica di qualche gruppo di interesse. E questo sia che si tratti di costruire un parco fotovoltaico o eolico, piuttosto che un impianto per il riciclaggio dei rifiuti o un nuovo depuratore. Tutte opere importanti per il cittadino, capaci di generare crescita delle imprese e occupazione, essenziali per risolvere la crisi energetica che tutti stanno subendo, tasselli fondamentali per le politiche di sostenibilità da tutti dichiarate una priorità. Tutte cose però irrealizzabili nel breve periodo in assenza di un drammatico cambio di registro.
Il modello di amministrazione italiano, come ben evidenziato da Sabino Cassese, si fonda sulla disciplina dei controlli ex ante, generando di conseguenza procedure complicatissime e processi decisionali interminabili. Per contro il nostro settore pubblico ha una tradizionale debolezza nei controlli ex post, ovvero nella capacità di valutare se i soldi pubblici sono stati spesi bene, rispettando le norme e producendo i risultati attesi. Difficile scalzare questa impostazione e cultura con misure ordinarie di riforma.
Forse è allora il tempo di dichiarare lo «stato di emergenza» della pubblica amministrazione. Parlamento e governo dovrebbero avere il coraggio e la determinazione di disegnare una sorta di «zona franca temporale» della burocrazia. Per un tempo definito, ipotizziamo due anni, si semplifichino drammaticamente le procedure di spesa, si dimezzino i tempi necessari per autorizzare nuovi investimenti, si accettino minori formalismi negli appalti e negli acquisti pubblici, si riveda la disciplina del danno erariale per porre chi opera negli enti nelle condizioni di fare concretamente piuttosto che di difendersi dalle responsabilità, si prevedano figure dotate dell’autonomia necessaria per decidere senza esasperanti mediazioni dentro la propria amministrazione e con altre amministrazioni, si introducano poteri di avocazione delle decisioni in caso di inerzia, si premino finalmente i risultati e non il semplice rispetto delle norme, si metta in atto una trasparenza vera sull’uso delle risorse. Insomma, per una volta, prevalga la sostanza sulla forma.
Tutto questo potrebbe esporre a rischi di comportamenti devianti e opportunistici? Sicuramente sì. Tuttavia, questi possono da un lato essere contrastati da un rafforzamento significativo del sistema dei controlli sull’attuazione dei progetti e degli investimenti, oltre che da un inasprimento delle sanzioni per chi sgarra. Ma, dall’altro, questi rischi sarebbero forse minori di quelli di uno Stato con «il freno a mano», prigioniero dei propri vincoli e incapace di guidare la ripresa.

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