Fonte: La Stampa

economia

di Marco Zatterin

Il leader liberale non crede che il M5S punti davvero al referendum anti-euro

Se la base grillina dirà «Alde», Guy Verhofstadt invierà subito il suo gruppo a valutare con spirito costruttivo le condizioni per dare il «Benvenuto» alle genti delle Cinque Stelle. Raccontano a Bruxelles che il presidente dell’Alleanza liberaldemocratica s’è persuaso che l’affare vada concluso. Sono settimane che ci lavora con David Borrelli, negoziatore di casa M5s. Pensa che sia un passo giusto e fattibile. E vorrebbe chiudere.
Non sarà semplice. Già ieri numerose voci di casa «Libdem» hanno tuonato contro gli aspiranti soci italiani. Un tradimento, assicurano. Eppure l’ex premier belga è convinto che la politica resti l’arte del possibile e ha un piano preciso: rompere il fronte populista e rafforzare quello riformista. Gli piace la democrazia diretta e non teme la deriva antisistema. E se il «sistema» europeo è quello di popolari e socialisti, in effetti, è «antisistema» da che si riesce a ricordare.
Potrebbe essere la partita della vita, per Verhofstadt, che il 17 corre per la guida dell’Europarlamento (con chance relative, va detto). Dopo le due grandi famiglie tradizionali e i conservatori, l’Alde è il numero quattro dell’assemblea. Coraggioso nei proclami sociali come nella voglia di rimettere in sesto l’Ue per evitarne l’archiviazione a suffragio universale, il fiammingo si misura col futuro incerto di un gruppo schiacciato fra i Big e in discesa quanto a consensi elettorali nei ventotto stati dell’Unione.
Al punto in cui siamo la prospettiva di sdoganare Grillo e tagliare il fronte populista in chiave riformista gli pare una strada da tentare. Sarebbe la mossa che farebbe saltare il gruppo del nazionalista britannico Nigel Farage, quella che attirerebbe in un nuovo mondo la sinistra della destra scettica e, in buona misura, populista. Una rivoluzione: rifare l’Europa per salvare l’Europa; ridisegnare l’Unione per avvicinarla ai cittadini.
Non risulta spaventare Verhofstadt nemmeno il proclama grillino di un referendum sull’euro, da un lato perché non crede che ci si arrivi davvero, dall’altro perché ha spesso concesso che l’intera struttura che governa la moneta unica andrebbe ripensata. «Non serve un patto di Stablità che nessuno rispetta – è una sua frase tipica -, inutile un’unione monetaria priva di un bilancio comune di cui possano beneficiare tutti i cittadini».
Grillo gli suggerisce una nuova identità europea da chiamare Ddm, il movimento della democrazia diretta. Verhofstadt ne è incuriosito. Non solo. Il comico genovese porta in dote 17 deputati, così l’Alde salirebbe a quota 85, scavalcando i conservatori e imponendosi come terza forza di Strasburgo, potenziale ago della bilancia anche nel voto per il rinnovo della presidenza. Farage rimarrebbe senza squadra e senza contributi, ai margini dell’assemblea, magari costretto a fondersi con l’ultradestra della Le Pen, nella quale milita la Lega, prospettiva che dopo il voto del 2014 si sforzò di evitare.
L’indipendentista inglese era stato ammaliato dal leader pentastellato quando nel novembre 2013 lo incontrò a Londra per «mangiare roastbeef, bere birra inglese e parlare della vita». Nel maggio successivo si videro a Bruxelles e il patto fu sugellato, entrambi convinti di poter spaccare l’Europa «come una scatola di biscotti».
Il guru grillino sapeva che sarebbe stato una relazione potenzialmente velenosa. Costretto dall’esigenza di far gruppo per ottenere i soldi e le poltrone dell’euroassemblea, costrinse Farage a una «loose association», un’alleanza aperta. Significava stare insieme per quello in cui si crede (ad esempio, le energie rinnovabili), ma autonomi sul resto (vedi il nucleare). La formula si riproporrebbe anche ora, visto che l’Alde – per dirne una – vuole il trattato di libero scambio con l’America e il M5s proprio no.
I dettagli saranno oggetto di discussione, semmai. Come metterla col liberoscambio e come col federalismo di cui Verhofstadt è un profeta? A metà della legislatura europea, Grillo pensa che con Farage «non ci sia un obiettivo comune» e prova a cambiare cavallo. Come per la consultazione del 2014, l’invito a esprimersi su Internet è pilotato con motivazioni che rendono preferibile l’Alde. Acronimo cruciale, questo. L’«antisistema» con la barba diventerebbe liberale e democratico, «libdem» per dirla in modo chic. Come un tempo a Strasburgo furono Letta e Rutelli. Chi l’avrebbe mai detto?
Verhofstadt attende l’esito della democrazia diretta. Se sarà il caso, nel pomeriggio potrebbe affrontare i suoi che brontolano parecchio. Cercherà di convincerli in fretta. Grillo è pronto a salire stasera con Casaleggio Jr. nell’odiata capitale europea. La francese Goulard ha già detto che è una follia. Non è solitaria. Ci sarà battaglia nel gruppo. Chi conosce il fiammingo lo dipinge disposto ad andare in fondo. E’ una partita pericolosa. Ma non giocarla, è la sua convinzione, potrebbe essere molto peggio.

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