Fonte: Corriere della Sera

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di Paolo Valentino

Un secolo dopo la nascita del moderno rapporto transatlantico l’ingresso del tycoon alla Casa Bianca potrebbe segnare la fine di quella comunione di valori. Joschka Fischer paventa una Yalta 2.0. E tutti guardano a una rinnovata leadership tedesca

Quando Donald Trump giurerà da 45mo presidente americano, saranno passati esattamente cento anni dalla nascita del moderno rapporto transatlantico tra Europa e Stati Uniti. Fu nel gennaio 1917, mentre la Prima guerra mondiale distruggeva il Vecchio Continente, che Woodrow Wilson disse agli americani che era tempo per loro di «assumersi la responsabilità della pace e della giustizia». Un secolo dopo, l’ingresso di un tycoon populista alla Casa Bianca potrebbe segnare la fine di quella comunione di valori e interessi.
Quali rischi e quali opportunità incombono sull’Europa? In che modo l’Unione e i suoi membri possono o devono reagire a un’Amministrazione che si annuncia imprevedibile e probabilmente votata all’approccio transazionale del suo presidente, per il quale ogni cosa è un business deal, un affare negoziabile?
«È un salto nel buio — spiega un diplomatico europeo che consce bene gli Stati Uniti —, oltre le cose dette in campagna elettorale, Trump è culturalmente lontano dall’Europa. Soprattutto se tornasse a uno schema bipolare con la Russia di Putin, come sembra, saremmo del tutto spiazzati. Detto questo, il problema di un maggior impegno strategico degli europei non nasce con Trump. Ce lo ha chiesto Obama, lo avrebbe chiesto Hillary Clinton. Cambia il contesto: con America First torna l’isolazionismo e ciò deve preoccuparci».
«Molto pessimista» sul futuro delle relazioni transatlantiche si dice l’ex ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer. Ammette che è presto e bisogna aspettare le nomine, anche se «i nomi che sento in giro, come Bolton e Giuliani, mi fanno cadere le braccia». Ma sul fondo Fischer è convinto che Trump sarà conseguente: «Ha vinto violando ogni regola di comportamento accettato, perché dovrebbe cambiare? Per esempio, sulla Russia, credo che Trump pensi a una Yalta 2.0, un grande accordo con Putin. Ma non è più così semplice. Non funziona dicendo: Ucraina e Georgia sono vostre, questo è nostro».
Nell’Europa priva della garanzia americana, con una Nato indebolita se non alla deriva, toccherà alla Germania prendere il timone non solo economico ma anche strategico del Continente? «La Germania sta cambiando. Berlino farà la sua parte, anzi ha già cominciato a farla — dice Fischer — ma è l’Europa che rischia di non esserci. Già oggi non è capace di agire. E cosa succederà da qui a poco in Austria, in Italia, in Francia, in Olanda? Se le forze anti-europee e populiste andassero al potere, ogni ipotesi di rilancio europeo sarebbe un’illusione. E l’America diventerebbe riferimento per quell’ondata».
Per Sylvie Goulard, deputata liberale francese all’Europarlamento, l’Europa dovrebbe «mostrarsi più adulta». L’elezione di Trump è una «svolta negativa» e pone questioni gravi: «L’isolazionismo degli Stati Uniti, la fine del libero commercio, la denuncia dell’accordo sul clima e qualcuno dimentica una quarta cosa: la probabile abolizione della legge Dodd-Frank che controlla gli eccessi di Wall Street, dove iniziò la Grande Crisi». Non c’è dubbio, dice Goulard, che la nuova leadership europea possa venire solo dalla Germania: «Ma ogni volta che Berlino si mostra disposta a farlo, allora tutti gridano al lupo».
Ma i dubbi sulla leadership tedesca non hanno radici solo nel passato che non passa. «La Germania continua ad essere riluttante — dice il diplomatico europeo — ha una proiezione estera sostanzialmente mercantilista, solo ora comincia un difficile dibattito sulla spesa militare, è dogmatica sulle questioni economiche, naviga sul minimo comune denominatore, non viene percepita dai partner come un ordine equo. Il che non assolve l’Europa: se Trump farà Trump, allora noi dovremmo proporre insieme un modello di partnership responsabile, che al momento però non si vede».
Certo, dice l’ex commissario europeo inglese Chris Patten, «gli europei dovranno imparare a vedere il mondo con occhi diversi, non più attraverso il prisma transatlantico». Se l’America di Donald Trump coltiverà l’imprevedibilità e sarà quindi fonte di instabilità, allora «non c’è altra scelta che investire di più sulla nostra sicurezza». Perché, come dice il nostro ministro Padoan, «dalla nuova amministrazione abbiamo segnali che, se messi assieme, producono risultati inquietanti».

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