Fonte: La Stampa

di Giuliano Balestreri

Per l’Ufficio parlamentare di Bilancio «la riforma fiscale risulta per ora delineata solo nei suoi principi fondamentali, con la sola definizione complessiva dello stanziamento del fondo per la riduzione della pressione fiscale e l’indicazione di massima del campo di intervento»

E’ come se improvvisamente, la luna di miele tra Mario Draghi e le grandi istituzioni del Paese fosse finita. Nessun conflitto, ci mancherebbe, ma la dinamica è rientrata negli standard della politica con rilievi – anche duri – nei confronti dei provvedimenti varati dal governo. E le divergenze emergono con chiarezza nelle audizioni sulla manovra. Addirittura secondo il presidente dell’Upb, Giuseppe Pisauro, gli interventi inseriti nella legge di bilancio «presentano elementi di indeterminatezza e si prospetta, per taluni aspetti, una manovra in divenire, in cui viene operato il rinvio di alcune scelte la cui definizione avverrà verosimilmente lungo l’iter parlamentare di approvazione». In particolare, «la riforma fiscale risulta per ora delineata solo nei suoi principi fondamentali, con la sola definizione complessiva dello stanziamento del fondo per la riduzione della pressione fiscale e l’indicazione di massima del campo di intervento».
Per Bankitalia, invece, le scelte sulle pensioni «sono giustamente prudenti. I contenuti margini disponibili nell’immediato possono essere utilizzati per facilitare l’uscita dal lavoro di chi svolge mansioni particolarmente dure o è in condizioni di salute precarie. Quando le pressioni sui conti pubblici si saranno ridotte, si potranno estendere i margini di flessibilità in uscita». Invece, per quello che riguarda l’aspetto fiscale, Banca d’Italia spiega che «poiché i redditi da lavoro dipendente rappresentano poco più della metà del reddito complessivo dichiarato, l’obiettivo di ridurre il cuneo fiscale che grava su di essi sarebbe più efficacemente raggiungibile con la revisione di detrazioni e trattamento integrativo, piuttosto che con la sola riduzione delle aliquote che favorirebbe anche i redditi diversi da quelli da lavoro dipendente». Scetticismo anche sul taglio dell’Irap per il quale bisognerà tenere conto del finanziamento del Sistema sanitario nazionale «individuando soluzioni alternative».
Per la Corte dei Conti, quindi, la valutazione complessiva sulle misure in materia pensionistica contenute nella manovra «non è del tutto positiva». E anche se «si conferma la piena adesione al principio contributivo, non si rimuove la forte incertezza che si è determinata nel sistema» con Quota 100.

Più duro il giudizio del Cnel che – in linea con quanto detto da Confindustria – ritiene gli 8 miliardi stanziati dalla manovra per la riduzione delle tasse, «a maggior ragione se ripartiti su due imposte», ovvero Irpef e Irap, «non sufficienti a realizzare una riforma strutturale dell’Irpef, che è il vero nodo della riforma nonché il campo di elezione dove coniugare equità e sostenibilità. Se un intervento radicale sull’Irpef appare necessario in un’ottica di sostegno al potere d’acquisto delle famiglie di lavoratori e pensionati, operazioni sull’Irap rischiano di pregiudicare le risorse che le Regioni destinano alla sanità». A maggiora ragione perché come rileva l’Upb, dal punto di vista finanziario, nella manovra «non sembra si intenda dare luogo a un effettivo rafforzamento strutturale del Ssn, ma sarebbero piuttosto confermate le precedenti scelte di allocazione delle risorse, che ponevano l’Italia tra i paesi europei con spesa sanitaria meno elevata e in progressiva riduzione». Nell’ipotesi che i maggiori finanziamenti della manovra per il 2022 «si traducano per intero in maggiori erogazioni, l’incidenza sul Pil della spesa sanitaria sarebbe pari al 6,3% nel 2024», una percentuale inferiore al 2019 (6,4%).

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