Fonte: Corriere della Sera

di Franco Venturini

Senza sottovalutare quanto di buono è stato fatto nei recenti vertici e a dispetto delle comprensibili necessità di successo dei governi partecipanti, come minimo dovremmo aggiornare il linguaggio internazionale


Alla Cop26 di Glasgow come già al G20 di Roma tutti esaltano il «ritorno al multilateralismo». Ritorno? Per cominciare andrebbe ricordato che una certa misura di multilateralismo è sempre esistita dopo la Seconda guerra mondiale. Semmai, è vero che in periodi e congiunture internazionali diversi il multilateralismo è stato più o meno efficace, più o meno ampio e coinvolgente. Ma oggi, davanti a drammatiche sfide globali come l’inquinamento atmosferico e la pandemia di Covid 19, di un nuovo e più deciso multilateralismo il mondo aveva bisogno, tutti dovevano agire contro i nemici comuni, da tutti dovevano venire programmi vincolanti e datati se la comunità internazionale voleva dimostrare che quando scatta l’emergenza globale scatta anche un buonsenso globale. Ci dobbiamo chiedere allora: è accaduto proprio questo, sta accadendo questo ora che la Cop26 si avvia a conclusioni che certamente saranno presentate nella miglior luce possibile? Senza sottovalutare quanto di buono è stato fatto (come la tassazione minima per le multinazionali o l’accordo contro la deforestazione) e a dispetto delle comprensibili necessità di successo dei governi partecipanti, abbiamo l’impressione che come minimo, in attesa di passi più decisivi, dovremmo aggiornare il linguaggio internazionale.
L’impegno datato per mettere fine all’uso del carbone non è stato sottoscritto da Cina, India e Stati Uniti, coloro che maggiormente lo usano. La limitazione datata delle emissioni di metano non ha avuto la firma di Cina, Russia e India che sono tra i primi cinque emettitori al mondo. E così via. Di promesse invece c’è grande abbondanza, a cominciare dalla cruciale limitazione del riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto al mondo pre-industrializzato. Ma siamo già oltre 1 grado, l’aumento continua e quando si parla di scadenze per raggiungere il traguardo c’è chi punta al 2050, chi al 2060 e chi al 2070 (i soliti) . E poi, come può esistere un multilateralismo indipendente dalla politica? Si rischia una guerra per Taiwan, la Cina fa addestrare i suoi marinai contro sagome di navi americane, e l’America di Biden non meno di quella di Trump è decisa a «fermare» Pechino costi quello che costi. Anche se Biden vedrà Xi entro la fine dell’anno (collegamento virtuale) e forse vedrà nello stesso modo anche Putin. Insomma, come potremmo chiamare questo deludente anche se necessario multilateralismo occidentale? Suggerirei «multilateralismo litigioso», oppure «guerra fredda dialogante». Peccato, di questi tempi avremmo avuto bisogno di quello vero.

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