Silvio Berlusconi2

L’ex premier: quello del candidato è un tema che non mi appassiona. Non mi sembra che a sinistra lo abbiano già indicato

L’ultimatum lanciato da Meloni, secondo la quale se non si trova un accordo sulla premiership «non avrebbe senso» per il centrodestra andare al governo insieme? Non vuole rispondere Silvio Berlusconi: «È un tema che non mi appassiona. Non mi sembra che a sinistra abbiano indicato alcun candidato…». Il leader azzurro non entra nelle polemiche e anzi definisce gli alleati assolutamente all’altezza di approdare a Palazzo Chigi. Ma nemmeno vuole prendere impegni oggi su chi dovrà guidare un eventuale governo di centrodestra. Ci tiene di più a chiarire il passato e a guardare al futuro: «Torno in campo per dovere morale e civile verso il Paese che amo».

Un passo indietro: le ricostruzioni su una sorta di forzatura che lei avrebbe subito per negare alla fine la fiducia a Draghi sono sempre più insistenti: telefonate non passate, promesse, lusinghe… E non arrivano solo dai suoi ex ministri.
«Ho letto anch’io queste ricostruzioni sui giornali e mi sarei persino divertito a seguire una “spy story” così fantasiosa, se solo non fossero in gioco questioni estremamente serie per il futuro degli italiani. Naturalmente non perdo tempo a smentire ricostruzioni ridicole, diffuse ad arte dai nostri avversari. La verità è quella che abbiamo detto decine di volte: noi avevamo chiesto che il governo Draghi — voluto da noi per primi — andasse avanti fino alla fine della legislatura, naturalmente senza i Cinque Stelle, che si erano posti fuori da soli. Era la condizione per un rilancio dell’attività di governo che lo stesso Draghi aveva definito indispensabile. Tutto questo l’ho deciso io, dopo aver parlato con i nostri senatori e i nostri dirigenti, e l’ho spiegato in numerosi colloqui telefonici sia al Presidente della Repubblica che al presidente del Consiglio».

Enrico Letta non ci crede, ha detto che lei gli fa perfino «tenerezza» perché chi le sta vicino sta solo «sfruttando la sua icona»…
«L’ineleganza di queste considerazioni qualifica purtroppo chi le fa. Dal segretario del maggiore partito della sinistra – l’erede di Togliatti e di Berlinguer – mi sarei aspettato di meglio».

Ma è vero che le hanno proposto una sorta di «ricompensa» per far cadere Draghi, la presidenza del Senato? Ed è un ruolo che le piacerebbe rivestire?
«Ricompensa? Vuole scherzare? Io non ho bisogno di alcuna ricompensa. Ho avuto l’onore di guidare il mio Paese per 10 anni, sono la persona al mondo ad avere presieduto più volte il G7 e il G8, e nella vita ho realizzato qualcosa di significativo anche fuori dalla politica. Le pare che possa desiderare altro dalla vita pubblica? Naturalmente chi ha voluto indicarmi per la Seconda Carica dello Stato ha compiuto un atto di riguardo e di amicizia nei miei confronti che apprezzo particolarmente. Devo però aggiungere che non sono in alcun modo interessato a quel ruolo».

Veniamo al tema dei temi, la premiership per il centrodestra. Meloni non fa sconti. Come ne uscite?
«Io non riesco ad appassionarmi a questo problema, e non credo appassioni gli italiani. Agli italiani interessano le nostre proposte per uscire dalla crisi, per dare speranze ai giovani e sicurezza agli anziani, per ridurre le tasse e creare occupazione, per tagliare la burocrazia, per difendere l’ambiente. Del resto non mi pare che i nostri avversari abbiano indicato un candidato premier. Perché questa pressione su di noi?».

Ma voi siete i favoriti. La sua cautela è forse dovuta al timore che una coalizione guidata da Meloni, che ancora suscita diffidenza per la sua provenienza politica e che ha non ha problemi a dichiararsi di destra, possa essere un problema per vincere e per governare?
«Trovo che la demonizzazione, a turno, dei leader dei partiti del centro-destra sia inaccettabile e lontanissima dalle regole di un civile confronto democratico. Giorgia Meloni sarebbe un premier autorevole, con credenziali democratiche ineccepibili, di un governo credibile in Europa e leale con l’Occidente. Allo stesso modo lo sarebbero Matteo Salvini, o un esponente di Forza Italia. Il centro-destra, espressione della maggioranza degli italiani, è una coalizione coesa e responsabile. Noi siamo garanzia del profilo liberale, cristiano, europeista, garantista, allineato con l’Occidente, del governo che costituiremo dopo il 25 settembre».

Ma lei ne ha parlato con Meloni?
«Le sembrerà strano, ma abbiamo parlato delle cose da fare per l’Italia e solo di questo».

È vero che ci sono pressioni del Ppe per Tajani premier, e che anche lei sarebbe favorevole a presentare un esponente di FI — che ha un curriculum europeo di alto livello — come possibile premier?
«Tajani è certamente una importante risorsa per FI, per la coalizione e per il Paese, alla luce della sua grande esperienza internazionale. Tutto il resto fa parte della fantasiosa sceneggiatura di cui abbiamo già parlato».

Ci sarà anche da dividersi i collegi: Meloni vuole ci si affidi ai sondaggi, gli altri partiti vorrebbero sostanzialmente che fossero assegnati in tre parti uguali. Altra grana non da poco…
«Nessun problema, risolveremo queste questioni in un prossimo incontro. Il centro-destra è formato da tre grandi forze politiche, ognuna delle quali è indispensabile sul piano numerico per vincere e sul piano politico per governare».

In pochi giorni alcune sue proposte – pensioni, alberi da piantare – sono già diventate slogan: non crede che oggi agli elettori si debbano dare più ricette concrete che promesse?
«Finalmente parliamo di programmi! Aumentare le pensioni agli italiani, portandole tutte almeno a 1.000 euro al mese, anche a chi non ha mai potuto pagare contributi, come le nostre mamme e le nostre nonne, o piantare un milione di alberi – ovviamente in aggiunta ai piani di piantumazione già in essere – non sono slogan, sono esempi concreti di risposte alle necessità del nostro Paese. Naturalmente il nostro è un programma ben più articolato che presenteremo più in dettaglio nel corso della campagna elettorale».

Intanto Letta fa un appello a tutti quelli che non sono il centrodestra tranne il M5S, si propone come federatore, magari come possibile premier: che giudizio ne dà?
«Non do mai giudizi personali, eventualmente potreste chiedere a suo zio, il dottor Gianni Letta, che lo conosce molto bene. Sul piano politico mi limito ad osservare che ha già guidato un governo e non mi pare sia stata un’esperienza memorabile. Non lo sarebbe neppure stavolta, se vincesse mettendo assieme Calenda e Speranza, i sedicenti liberali e i post-comunisti. Del resto, pur di governare ha tentato fino alla fine di tenere in piedi l’alleanza con i Cinque Stelle».

Ha già in mente una squadra di governo da presentare, o nomi esterni?
«Certamente sì, ma naturalmente non posso farlo ora. Sto contattando figure di alto profilo, che non vengono dalla politica. Come sempre, sto lavorando per il mio Paese. Se mi consente una digressione, ho cominciato a fare campagna elettorale nel 1948, quando ero un ragazzino e attaccavo bellissimi manifesti della Dc con lo slogan: “Nella cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”. Era il manifesto più efficace che io ricordi nella storia della comunicazione politica. Nel 1994 sono sceso in campo per fermare i post-comunisti, che erano a un passo dal potere. Se ci sono ancora oggi, dopo tutti questi anni, è perché sento forte dentro di me, oggi come allora, quello a cui mi hanno educato i miei genitori: il dovere morale e civile verso il mio Paese, verso il Paese che amo».

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