L’ex deputata: «Le cariche femminili oggi sono simboli, invece va cambiato il sistema Sono felice per Mattarella, ma questa democrazia non funziona più»

«Viva l’Italia». Luciana Castellina, che ha vissuto tutta la storia del nostra Repubblica, sintetizza così il discorso di Sergio Mattarella.
Però Castellina, prima ci dica cosa pensa di quello che Giuliano Amato ha detto ieri al nostro giornale sulla questione delle donne.
«Ha detto cose sagge. E le ha dette anche perché la ragazza Diana Vincenti, che Amato cita nell’intervista, gli ha insegnato molte cose quando è diventata sua moglie. Lo so bene perché proprio con lei, durante la battaglia per il divorzio, cominciammo la stesura di un progetto di riforma del Codice familiare che volevano abbinato al diritto di porre fine a un matrimonio, che altrimenti avrebbe potuto esporre la donna a condizioni drammatiche. Un aspetto del problema, della cui importanza non riuscimmo mai a convincere i radicali sempre pronti a riconoscere i diritti individuali, raramente ad afferrarne i risvolti sociali. Lavorammo molti mesi in un ufficetto abbinato alla Camera, e Giuliano la sera veniva a prendere l’allora fidanzata».

Però oggi le donne ricoprono ruoli importanti, nello Stato e nelle aziende.
«Oggi è più evidente che l’accesso a cariche importanti da parte delle donne ha un valore simbolico, ma non è quello che conta. Le donne manager di aziende anche importanti sono molto aumentate, tuttavia il 95 per cento dei maschi manager ha figli, mentre solo il 35 per cento delle donne ne ha. La ragione è chiara: quello che occorre cambiare è l’intero ordinamento giuridico, scritto avendo in mente un inesistente cittadino che altro non è che il maschio fatto passare per neutro. Ma bambini neutri non ne nascono».

Torniamo a Mattarella, c’era dell’ironia in quel suo «viva l’Italia»?
«Nient’affatto, penso invece che sia stato un ottimo discorso: dignità, unità, diseguaglianze, il lavoro precario, la violenza contro le donne, la critica alla magistratura… Ma non posso dire adesso tutto andrà meglio, anche se con Mattarella ci sentiamo un po’ più sicuri. Il presidente poi è un vecchio amico, quando alla Camera presentammo il volume dei discorsi di Lucio Magri, lui che con Lucio aveva lavorato insieme durante la Bicamerale, ci chiese di spostare la data perché nel giorno stabilito non avrebbe potuto esserci. Insomma è una persona a cui voglio bene, anche se non posso non notare che non ha approfondito il tema dell’ecologia, che per me è invece fondamentale. Ma lo perdono».

Un paio di mesi fa, in un’altra intervista al nostro giornale, lei disse che la rielezione di Mattarella sarebbe stata la soluzione migliore. Contenta allora?
«Contenta per la persona scelta, non per la soluzione al problema. Il problema è la democrazia rappresentativa che non funziona più. Bisogna ripensare il modello, che è stato ammazzato prima nel 1973 con la Trilaterale, che ha scritto testuale che nel mondo c’era troppa democrazia, poi con l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti che era stato inventato dal Movimento operaio per evitare che la politica fosse riservata solo ai ricchi. Per non parlare del maggioritario che cancella le minoranze, che invece sono la linfa vitale: la gente ha bisogno di essere rappresentata».

E gli attuali partiti non la rappresentano più?
«Macché, basta vedere quanto è aumentato l’astensionismo. Io voglio i partiti, amo i partiti come forma organizzata della politica, ma loro devono capire che se continuano a comportarsi come una casta autoreferenziale chiusa nel Palazzo moriranno di inedia».

Però il Pd, fa le primarie che sono un sistema per far partecipare gli elettori…
«Le primarie non sono un sistema democratico, la gente vota per quello che ha visto in tv più degli altri. Prima il personale politico veniva selezionato da faticosa sperimentazione sul territorio, adesso siamo ridotti a un sì o un no sul computer. Questa io non la chiamo democrazia».

Invece quale sarebbe il modello giusto secondo lei?
«Penso a Antonio Gramsci che diceva che la democrazia delegata doveva essere accompagnata da forme di democrazia diretta. Oppure a “Stato e rivoluzione” di Lenin – da molti considerato un orrore – ma che invece sosteneva che la democrazia significa che la gente deve avere il controllo e la gestione della cosa pubblica, senza affidarsi a una burocrazia statale estranea e lontana. Queste forme organizzate dal basso si chiamavano Soviet».

Oddio, mica possiamo riesumare i Soviet nel 2022.
«Vabbé, allora lasciamo perdere Lenin e parliamo del Papa che è il più intelligente di tutti: dice Bergoglio che le comunità locali, devono mantenere lo sguardo sull’altrove. Cioè occuparsi del loro piccolo mondo ma anche del grande mondo. Significa che il territorio è il punto di partenza per ritrovare la passione politica, passione che ormai non vedo più nei partiti. Mentre ci sono migliaia di giovani in giro per l’Italia che ce l’hanno».

Però il Parlamento ancora esiste e lo ha dimostrato nell’elezione di Mattarella…
«Ormai il Parlamento è un luogo dove si incontrano correnti, bande organizzate, dove si fanno giochetti politicisti. Spesso destra e sinistra dicono le stesse cose, sulle questioni di fondo non noto grandi differenze».

Invece il governo Draghi le piace?
«Stimo il premier, penso abbia qualità democratiche: le abbiamo viste quando dalla Bce ha bene governato la crisi economica. Ma è soprattutto un tecnocrate che lavora con i suoi omologhi. Il governo ormai è una sorta di Consiglio d’amministrazione di una banca. La politica ubbidisce, infatti i programmi di destra e sinistra sono simili».

Non salva niente della sinistra?
«Più che altro non so più dove sia. Certo, il mio piccolo partito, che si chiama Sinistra italiana, è di sinistra, ma la gran parte sta fuori dai palazzi e non c’è’ nessuno che la vada a cercare. Ho scritto un pezzo sul Manifesto parlando di Monica Vitti e di Michelangelo Antonioni, che con i loro film mi hanno insegnato a essere una comunista migliore. Perché parlavano del disagio umano, questione sempre sottovalutata dalla cultura comunista. Beh, sono stata tempestata da una valanga di lettere e di telefonate, persone che volevano condividere con me quel sentimento politico. Ecco, questa è la sinistra che mi piace».

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