Il ministro degli Esteri: «Basta populismo, uno non vale uno, ripartire dai sindaci»

Luigi Di Maio, ministro degli Esteri molto vicino al premier Mario Draghi e capo politico del M5s dell’ormai lontano 33%, passa il Rubicone. È scissione. E anche più corposa di quello che si attendevano nel quartier generale del presidente pentastellato Giuseppe Conte: in serata il bollettino dava 62 iscritti, di cui 11 in Senato dove occorrono 10 eletti per formare un gruppo, e il numero potrebbe ancora crescere nelle prossime ore. Fra di loro cinque degli undici membri del governo in quota movimento (la viceministra Laura Castelli e i sottosegretari Manlio Di Stefano, Danila Nesci, Pierpaolo Sileri e Anna Macina oltre a Vincenzo Spadafora e al questore della Camera Francesco D’Uva) e tre presidenti di commissione di Montecitorio: Simone Battelli (Politiche Ue), Vittoria Casa (Cultura) e Filippo Gallinella (Agricoltura).
Che la scissione fosse ormai nell’aria era noto, ma è la tempistica a rivelare molto delle motivazioni e del clima che ieri si è respirato nel movimento. Le notizie della raccolta delle firme per la formazione dei nuovi gruppi sono cominciate a circolare attorno alle 14, quando la trattativa nella maggioranza sulla risoluzione sulla politica estera si era incagliata per l’impuntatura del M5s di pretendere voti preventivi del Parlamento per i prossimi invii di armi all’Ucraina. Anche i ministri vicini a Conte non escludevano più uno strappo. Si è sfiorata la rottura, dunque. E la presenza fisica di Mario Draghi accanto al suo ministro degli Esteri, proprio mentre si dava notizia della raccolta delle firme, era un messaggio preciso per sottolineate che l’operazione era passata al vaglio di Palazzo Chigi. A quel punto rompere, per Conte, sarebbe stato dare ragione a Di Maio e alle sue accuse di filo-putinismo. Da qui la chiusura dell’accordo su un testo fino a quel momento rifiutato dall’ex premier. In serata una nota del M5s smentiva le indiscrezioni su un’uscita dal governo nei prossimi giorni: «Il costante impegno che abbiamo dedicato a elaborare la risoluzione è la smentita più forte alle voci di una nostra prossima uscita dal governo che in queste ore sta malevolmente circolando».

I rapporti con il Governo
Ma è chiaro che i rapporti tra Conte e il governo andranno monitorati con attenzione nei prossimi giorni: la scissione di Di Maio spinge politicamente il M5s più lontano dall’agenda Draghi e dalla sua conduzione della politica estera, e i prossimi passaggi parlamentari saranno ad alto rischio. A cominciare dal voto sul decreto Aiuti previsto a fine mese, decreto che contiene la norma che permette la costruzione del contestato termovalorizzatore a Roma. E se da Palazzo Chigi blindano Di Maio ed escludono rimpasti, non è escluso che nei prossimi giorni Conte apra anche questo fronte. D’altra parte proprio sulle divisioni in politica estera calca Di Maio in un incontro serale con la stampa per spiegare le ragioni della «sofferta» scissione: «Siamo un Paese del G7 e non possiamo permetterci ambiguità di fronte all’orrore della guerra in Ucraina e ai crimini di Putin: non abbiamo dubbi su quale sia la parte giusta della storia». Un’operazione di puntello a Draghi, evidentemente, che ancora non è chiaro in che direzione andrà: un centro con il sindaco di Milano Giuseppe Sala e i delusi di Forza Italia? un ramo del nuovo Ulivo di Enrico Letta? «Abbiamo bisogno di aggregare le migliori capacità di questo Paese, perché uno non vale uno, e usare con gli italiani il linguaggio della verità e non del populismo. Non è un progetto di partito personale, noi oggi ci mettiamo in cammino, a partire dal Sud e dai nostri sindaci», azzarda Di Maio.

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