L’appello bipartisan di mille sindaci italiani, le telefonate di e di altri leader dell’Europa, il , la petizione di , la pressione degli imprenditori e di tantissimi cittadini gli hanno fatto piacere, molto. E hanno contribuito a incrinare la ferma convinzione di Mario Draghi che le sue dimissioni, congelate dal capo dello Stato, siano destinate a diventare irrevocabili.
Lontano da Palazzo Chigi, nella sua casa al mare sul litorale romano, il presidente del Consiglio ha trascorso due giorni di riposo e riflessione. Ha lavorato al discorso di mercoledì al Senato, che potrebbe essere l’ultimo. Ha preparato la missione ad Algeri, da cui rientrerà stasera con un giorno di anticipo. E ha risposto alle telefonate di ministri ed esponenti del governo che non si arrendono alla fine prematura della legislatura. Con i suoi interlocutori Draghi ha condiviso la non favorevole impressione che la situazione politica non mostri «cambiamenti sostanziali».
Se tutto è (quasi) fermo rispetto allo scorso giovedì, quando è salito al Quirinale a rimettere il mandato dopo lo strappo dei 5 Stelle sul decreto Aiuti, anche lui non può che stare fermo, immobile sulla mattonella del passo indietro.
Ma non si pensi che una decisione così gravida di conseguenze non sia stata sofferta. «Non è stato certo un colpo di testa», ripete il premier a chi teme che Conte riesca a proiettargli addosso l’ombra del collasso dell’Italia. «Si erano create condizioni oggettive di ingovernabilità». E se la dinamica di rivendicazioni, veti e ricatti che ha portato alla crisi non cambia, ragiona in queste ore l’ex presidente della Bce, è davvero difficile che il governo possa ripartire. «Devono essere le forze politiche a dimostrare che c’è un cambio di passo».
L’ultimo ultimatum di Conte è stato visto come il prologo dell’uscita dal governo. L’impressione che prevale tra gli esponenti più draghiani dell’esecutivo è che il presidente dei 5 Stelle abbia da tempo deciso di «sfasciare tutto», per risalire nei sondaggi e anche per pareggiare il conto con chi gli ha preso il posto a Palazzo Chigi. Se questo è vero, per chi spera in una ricomposizione non è più Conte il problema. Le chiavi per risolvere il rebus le tengono in mano Salvini e Berlusconi: se i due leader scelgono il voto anticipato, il governo Draghi finisce ancor prima di mercoledì, giorno del giudizio.
Il comunicato dopo l’incontro a Villa Certosa tra il leader della Lega e quello di Forza Italia è stato letto a Palazzo Chigi come un posizionamento attendista, aperto sia alle urne in autunno che alla ripartenza del governo Draghi. E dunque, se Berlusconi e Salvini — sull’onda del pressing del mondo economico, degli amministratori locali e dei rispettivi gruppi parlamentari — dovessero scegliere la via della ricomposizione, per convincere Draghi a sottoporsi a un voto di fiducia mancherebbe «solo» un fatto significativo a livello parlamentare.
L’atto politico e simbolico che potrebbe consentirgli di riprendere il viaggio è una spaccatura insanabile del M5S, barricaderi da una parte e governisti dall’altra.
I dimaiani di Insieme per il futuro e i lettiani del Pd lavorano per «rubare» al Movimento il presidente dei deputati Davide Crippa. Il capogruppo è da mesi in rotta di collisione con Conte e se lasciasse il Movimento assieme al direttivo dei 5 Stelle alla Camera, il perimetro della maggioranza resterebbe più o meno lo stesso. Altri delusi potrebbero votare la fiducia al premier e il nuovo governo non sarebbe un «Draghi bis», bensì il «Draghi uno» senza più i contiani. D’Incà resterebbe ai Rapporti con il Parlamento e qualora Patuanelli decidesse di dimettersi, il premier potrebbe tenere l’interim dell’Agricoltura.
Per un pragmatico e non-politico come Draghi le riforme che servono al Paese non si fanno con i «se». Per questo Draghi ha incaricato i collaboratori di respingere con forza «il gioco preventivo delle ipotesi».
Eppure fonti di governo ritengono che questo sentiero, per quanto stretto, possa portare alla soluzione della crisi. Draghi non si muove, aspetta e conta di chiudere domani il suo discorso. Che sia di addio o di ripartenza conterrà una «riflessione profonda» sull’Italia, sulle emergenze che la affliggono e sugli impegni assunti con l’Europa.

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