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Braccio di ferro al telefono sulla crisi dei migranti al confine tra Polonia e Bielorussia. Il premier sferza il leader russo sull’approvvigionamento di gas: «Ci aspettiamo forniture regolari»

Accade solo raramente che le telefonate fra capi di Stato non vengano definite «cordiali». Per andare oltre le forme basta confrontare le versioni delle diplomazie. Quella di ieri fra Mario Draghi e Vladimir Putin conferma l’assioma. I due si sono sentiti per parlare di tre temi: il caso dei migranti respinti al confine fra la Polonia e la Bielorussia, le forniture di gas all’Europa, la situazione in Ucraina. Ebbene, al netto di un invito russo a Draghi di visitare Mosca, non si sono trovati d’accordo su nulla.
Sulla Bielorussia, anzitutto. Secondo quanto riferiscono fonti diplomatiche, Draghi ha detto senza giri di parole che il responsabile della crisi è il dittatore di Minsk Alexander Lukashenko. Il quale non solo userebbe i migranti come arma di pressione politica, ma non starebbe facendo nulla per fermare l’afflusso di persone attraverso i voli dall’Iraq. Il premier italiano ha sottolineato a Putin di parlare a nome dell’Unione europea, e a nome dell’Unione gli ha chiesto di intervenire sull’alleato perché eviti il peggio ai migranti ammassati al confine con la Polonia. La risposta russa – così riferiscono le fonti diplomatiche di Mosca – è stata serafica: la situazione è aggravata da un atteggiamento rigido di Varsavia, la quale farebbe uso di armi improprie contro i migranti, rendendo la situazione più difficile di quanto già non sia. Putin ha ripetuto a Draghi quanto discusso nei giorni scorsi con Berlino e Parigi: Lukashenko si è visto rifiutare da parte dell’Unione Europea la proposta di accogliere circa 1500 migranti. Putin ha ricordato che il dialogo sulle riammissioni tra Minsk e Bruxelles si è interrotto qualche mese fa per volere degli europei, e da allora non è ripreso. Un ruolo in questo senso – sempre quanto riferito da Mosca – l’ha avuto la Germania di Angela Merkel, coinvolta da Mosca per gestire la mediazione con Minsk. La posizione di Berlino sarebbe stata poco conciliante con la linea russa, anche a causa delle complicate relazioni fra Berlino e Varsavia, nel mirino dell’Unione per le violazioni dello Stato di diritto.
Draghi ha poi sollevato il tema dell’energia, in particolare lo stato delle forniture russe e l’aumento (vertiginoso) dei prezzi di approvvigionamento. «Ci aspettiamo restino regolari», ha detto più o meno l’italiano al russo. Putin non solo ha risposto di aver «sempre onorato» i contratti con l’Europa, ma ha scaricato la responsabilità dell’attuale aumento dei prezzi sugli americani, che con il no al gasdotto NorthStream2 hanno rallentato le ratifiche di Berlino. Lo zar russo ha ribadito quanto aveva detto a Macron, ancora scottato con Washington per la mancata commessa dei sottomarini Aukus: l’interesse degli Stati Uniti per i mercati asiatici avrebbe tra gli effetti collaterali quello di danneggiare le forniture in Europa.
Dulcis in fundo l’Ucraina, il tema che più di tutti incrocia i rapporti privilegiati fra le due sponde dell’Atlantico. Anche in questo caso si è consumato un dialogo fra sordi. Draghi ha chiesto un atteggiamento «costruttivo». Putin ha risposto che la responsabilità delle tensioni crescenti al confine con l’Ucraina è americana: secondo i russi Kiev si starebbe armando con l’aiuto di «Paesi terzi», e uno di questi sarebbe la Turchia. Ankara, con la complicità di Washington, starebbe rendendo più instabili le zone del Donbass, in aperta violazione degli accordi di Minsk. Di nuovo – sempre secondo Putin – c’è una generale debolezza di Francia e Germania che non riuscirebbe a far rispettare gli accordi, né a contenere l’Ucraina, che «sta esacerbando la situazione nel Donbass anche con l’impiego di armi proibite». Una nota ufficiale del Cremlino cita esplicitamente «mezzi pesanti e droni». Lo zar russo si è detto convinto della volontà dell’Ucraina di abbandonare unilateralmente gli accordi di Minsk, facendo ricadere la responsabilità del fallimento sui russi. In sintesi: una telefonata cordiale, ma che non ha risolto nulla. Niente di nuovo nella guerra fredda che contrappone ogni giorno di più Stati Uniti ed Unione.

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