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La delusione del capo dei dem, che fino all’ultimo ha tentato la mediazione: “Giorno drammatico per il Paese”. Già deciso il divorzio dai 5 Stelle

“E ora gli italiani saranno chiamati a scegliere fra chi ha affossato il governo e chi invece l’ha sostenuto sino all’ultimo istante”. Quando, a sera, Enrico Letta appare sugli schermi del Tg1 per commentare l’epilogo di “un giorno triste e drammatico per l’Italia”, la decisione è praticamente già presa. Nella bolgia di palazzo Madama non è morta soltanto l’unità nazionale, è finita pure l’alleanza giallorossa. “La responsabilità di aver innescato la crisi è dei Cinquestelle, sono loro ad aver regalato un assist alla destra”, scrive l’epitaffio uno degli esponenti dem più vicini al segretario, senza però dichiararsi perché spetta ora agli organismi di partito assumere una deliberazione formale. “In un colpo solo hanno mandato via Draghi, disintegrato la nostra coalizione e aperto la strada a elezioni anticipate. Oggi con il Movimento di Conte si è consumata una frattura impossibile da ricomporre”.

Il tentativo del Pd di ricucire
E dire che ce l’aveva messa tutta il leader del Pd. Per una settimana intera ha provato a ricucire, tessendo una tela di promesse e minacce, lusinghe e avvertimenti per recuperare l’avvocato pugliese alla causa governista. Invano. Persino l’ultima, disperata mediazione tentata metà pomeriggio, quando la Lega aveva già dettato in Aula condizioni irricevibili per il premier e per il Pd – proseguire senza i grillini e con un esecutivo “profondamente rinnovato” – è stata rispedita al mittente. Nell’ufficio dei gruppi parlamentari, dove Letta e Roberto Speranza raggiungono Conte per cercare una sponda, persuaderlo a costruire insieme un argine contro la slavina in arrivo da destra, il capo dei Cinquestelle oppone resistenza, fatica a impegnarsi, tentenna. Mostrando infine una vaga disponibilità a valutare la fiducia (che poi però si tradurrà nella scelta di non partecipare al voto), frutto anche del pressing forsennato di Dario Franceschini, che per tutta la mattina aveva lavorato ai fianchi i vertici del Movimento per persuaderli a far fronte comune.

Letta: “Un giorno di follia”
Lo dice chiaro il segretario del Pd nell’ora della resa: “Purtroppo eravamo troppo pochi a volere questa mediazione”. Lui, insieme al suo partito, hanno fatto oltre l’impossibile, ma non è bastato: “In questo giorno di follia, il Parlamento decide di mettersi contro l’Italia”, twitta quando la conta in Senato è ancora in corso. “Noi ci abbiamo messo tutto l’impegno per evitarlo e sostenere il governo Draghi. Gli italiani dimostreranno nelle urne di essere più saggi dei loro rappresentanti”. Parla a Lega a Forza Italia, il segretario dem, ma soprattutto agli ormai ex alleati. Senza più reticenze, con l’orgoglio di guidare l’unica forza politica che s’è mostrata leale, ha saputo tenere la barra dritta sino in fondo. “Tre grandi partiti della maggioranza, in forme diverse, hanno deciso di porre fine a questa esperienza”, punta il dito Letta. “In particolare Berlusconi e Salvini, che hanno tolto la fiducia a seguito della scelta del M5S che una settimana fa ha aperto la crisi”. Non intende più tacere, il segretario. Per giorni si è cucito la bocca, prendendosi gli insulti di chi lo accusava di restare troppo in silenzio di fronte alla “irresponsabilità di Conte”. Ma ora che Draghi è caduto e non c’è più niente da salvare “dobbiamo fare un’operazione verità”, confida.

L’addio di Gelmini
È deluso e amareggiato, il segretario dem. Il blitz lega-forzista lo ha colto alla sprovvista. Che arrivassero a staccare la spina proprio non se l’aspettava. “Se penso a tutto quello che va in fumo, i miliardi del Pnrr, le riforme che non arriveranno… Credo che andremo alle elezioni rapidamente e gli italiani sceglieranno tra chi ha voluto affossare il governo e chi ha cercato di portarlo avanti”, sospira. Con quale schema di gioco e quali alleanze è però tutto da definire. Il campo largo non c’è più, minato fino all’esplosione da chi avrebbe dovuto difenderlo. E adesso bisogna pensare a ricostruirlo. Osservando con attenzione le crepe aperte in FI con l’addio di Mariastella Gelmini. Riaprendo il dialogo con i centristi. Ma badando bene – spiega un autorevole dirigente dem – a non consegnarsi ai renziani, quelli che, dentro e fuori il Pd, vorrebbero riprendersi lo scettro. Se ne discuterà già oggi, in segreteria nazionale.

Salvini e Meloni non hanno la vittoria in tasca
“Noi abbiamo preferito l’interesse generale a quello di parte”, insiste l’inquilino del Nazareno, tracciando le coordinate dell’incipiente campagna elettorale. “Ci siamo sforzati per convincere gli altri partner di governo a pensare agli italiani anziché a se stessi. Non ci siamo riusciti, ma la nostra linearità pagherà nel Paese”. È questo che dirà ai banchetti e alle Feste dell’Unità subito mobilitati per “smentire la vulgata” che il Pd è destinato a perdere. “Salvini e Meloni non hanno la vittoria in tasca”, taglia corto Letta nella notte. E cita Sant’Agostino: “La speranza ha due bellissimi figli, lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle”.

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