Giustizia

L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni vuole arrivare a un dl prima dell’udienza della Consulta fissata per l’8 novembre

Uffici legislativi al lavoro fino a lunedì mattina per confezionare un decreto legge – il primo del governo di Giorgia Meloni – che dilata i tempi di entrata in vigore della riforma Cartabia del processo penale e soprattutto introduce una ’stretta’ sui benefici penitenziari per chi non collabora. «Per mantenere», sottolineano fonti di palazzo Chigi, il cosiddetto ’ergastolo ostativo’ che è per l’esecutivo «uno strumento essenziale nel contrasto alla criminalità organizzata».
Un giro di vite considerato dunque «prioritario e diventato urgente», dicono le stesse fonti, anche in vista dell’udienza fissata dalla Consulta per l’8 novembre, quando i giudici della Corte costituzionale hanno in calendario proprio l’ergastolo ostativo e si apprestano a dare l’ennesima spallata se il Parlamento, al quale hanno già dato un anno e mezzo di tempo, non sarà intervenuto.

Provvedimento all’esame lunedì 31
La deadline per la messa a punto del decreto è fissata al 31 ottobre, quando è convocata la “riunione preparatoria” del Consiglio dei ministri. In quell’occasione sarà esaminato il provvedimento sia sulle «misure urgenti in materia di divieto di concessione dei benefici penitenziari nei confronti dei detenuti o internati che non collaborano con la giustizia» sia per quando riguarda «il rinvio dell’entrata in vigore» della riforma Cartabia.
Il testo del Dl, sottolinea il governo, «ricalca il disegno di legge n. 2574 già approvato nella passata legislatura» dalla Camera «e punta a evitare le scarcerazioni facili dei mafiosi». «È una corsa contro il tempo – è il ragionamento dell’esecutivo – per garantire sicurezza sociale e impedire che ai detenuti mafiosi possano aprirsi le porte del carcere pur in costanza del vincolo associativo».
L’ ampiezza del provvedimento che mira a precludere con una nuova norma la fruizione di permessi a chi non collabora, cosa già prevista attualmente ma messa nel ’mirino’ dalla Consulta, potrebbe avere una platea composta dai circa 1200 detenuti condannati all’ergastolo – per reati associativi di mafia e terrorismo – e sottoposti al regime ’ostativo’ in base ai dati di ’Nessuno tocchi Caino’ , ossia senza benefici, dal momento che non hanno collaborato. Una popolazione di ’dannati’ per i quali la Consulta ritiene la ’linea dura’ non conforme ai principi della Costituzione sulla funzione rieducativa della pena, e del diritto comunitario.

Nordio: «Certezza della pena, ma non carcere crudele e inumano»
Il ministro della giustizia Carlo Nordio ha detto che «la certezza della pena, che è uno dei caposaldi del garantismo, prevede che la condanna debba essere eseguita, ma questo non significa solo carcere e soprattutto non significa carcere crudele e inumano» e ha indicato più lavoro e sport. Attività che non necessariamente devono svolgersi fuori dalle carceri, specie se il governo intende costruirne di nuove.
L’intervento della Consulta potrebbe dunque essere ’disinnescato’ da norme che le prevedano all’interno delle strutture penitenziarie. Dopo l’ allarme dei 26 procuratori generali delle Corti ’Appello – e dell’avvocatura – sulle criticità degli uffici giudiziari non pronti a gestire la nuova tempistica delle scadenze processuali della riforma Cartabia, l’esecutivo ha poi deciso di farla slittare al 30 dicembre.
Il rinvio, secondo Debora Serracchiani del Pd, «rischia di buttare a mare due anni di lavoro e di mettere a rischio i fondi Pnrr. Ci auguriamo che non sia questa la strada che vuole intraprendere il ministro Nordio. Sarebbe un inizio all’insegna dello scontro frontale con Bruxelles». Per Palazzo Chigi, invece, il dl «intende rispettare le scadenze del Pnrr e consentire la necessaria organizzazione agli uffici giudiziari». «Bene – ha invece commentato il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini – anche sulla giustizia finalmente si cambia, avanti così».

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