Giorgia Meloni

Meloni alle prese con i ritardi per l’attuazione del Pnrr e le pressioni di alleati in affanno

L’ammissione di un «clima non piacevole» fatto ieri dalla premier Giorgia Meloni si riferisce alle minacce e alle tensioni registratesi negli ultimi giorni. Ma bisogna crederle quando aggiunge che la cosa non la spaventa. Forse, però, ai fattori esterni va aggiunto il nervosismo che affiora dentro la sua coalizione; e che viene accentuato dalla sensazione diffusa di un ritardo difficile da colmare sulla realizzazione del Piano per la ripresa. Si avverte uno scarto crescente tra i tempi ristretti della manovra finanziaria, e l’urgenza e l’entità delle misure da prendere. Si tratta di questioni prettamente tecniche. Eppure possono avere conseguenze politiche nei rapporti con la Commissione Ue; e un impatto immediato sull’opinione pubblica.
Più le scadenze si avvicinano, più cresce la tentazione di additare come non raggiunti alcuni degli obiettivi che il governo di Mario Draghi sosteneva di avere centrato. I margini rimangono esigui, di fronte alle richieste dei berlusconiani sulle pensioni e dei leghisti sulla riduzione delle tasse. E di conseguenza aumentano i malumori nella maggioranza di destra e la voglia di scaricarli sul passato. Il pranzo postelettorale organizzato da Silvio Berlusconi a Milano è stato una strigliata ai propri ministri e un avvertimento a palazzo Chigi. L’uscita col contagocce, ma costante, di esponenti di Forza Italia e della Lega dai rispettivi partiti, acuisce il malumore. E rischia di provocare un irrigidimento nelle richieste di provvedimenti «di bandiera»: anche quando non esistono né coperture finanziarie, né esigenze particolari.
La tentazione di riproporre un asse tra Berlusconi e Matteo Salvini è indicativa. Va letta in chiave di contenimento di Meloni, in crescita nei sondaggi a scapito degli alleati. Non a caso riemerge la vecchia ipotesi di un simulacro di partito unico tra Carroccio e FI: per quanto prometta di fotografare la saldatura di due debolezze. Di fatto, ufficializzerebbe solo l’esistenza di una «seconda maggioranza» dentro la prima per bilanciare e, nel caso, contrastare quella guidata dalla premier: un atteggiamento impastato di frustrazione. Riemerge insomma, irrisolto, il tema del ruolo gregario che il voto del 25 settembre ha imposto ai leader di FI e Lega. La telefonata di ieri tra Berlusconi e il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli un po’ lo riflette. Tende a esaltare il raccordo tra i due alleati, benché non ci sia intesa sull’autonomia delle Regioni cara alla Lega. In più, sullo sfondo spunta il tema di un centrodestra incapace di rinnovarsi, come nota il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia: un problema di identità e di visione, e forse di sistema, che le sinistre sconfitte e lacerate su tutto dilatano.

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