Governo di palazzo chigi

La preoccupazione che il conflitto nel M5S si ripercuota sull’esecutivo

C’è preoccupazione a Palazzo Chigi. Non tanto per la risoluzione di maggioranza che dovrebbe essere definita oggi in una nuova riunione tra i capigruppo parlamentari e il sottosegretario con delega agli Affari Europei, Enzo Amendola, o, al più tardi, domattina. Piuttosto i timori riguardano il fatto che le divisioni dei 5 Stelle e la lotta all’ultimo sangue tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio possano riverberarsi sul governo con una crisi internazionale in corso.
«Se i conflitti interni arrivano sul tavolo dell’esecutivo in un frangente delicato come questo rischiano di avere effetti negativi anche sul Paese», è il ragionamento che viene fatto a Palazzo Chigi. Non solo: si vuole evitare che quanto sta avvenendo nel M5S mini la «credibilità internazionale del governo». Del resto, uno scontro tra il leader dei 5 Stelle, che ha i gruppi parlamentari più numerosi, e il ministro degli Esteri che appartiene allo stesso partito, mentre l’Italia è impegnata sul fronte della crisi ucraina, non è roba di tutti giorni.
A Palazzo Chigi ieri gli uomini del premier hanno cercato di capire, parlando con i ministri grillini, Di Maio in testa, le possibili conseguenze delle divisioni grilline. Una preoccupazione simile serpeggiava anche tra i dem. Enrico Letta si è attaccato al telefono e ha parlato con tutti. Con il governo, con Conte, con Di Maio. Il segretario Pd voleva accertarsi di quanto grave fosse la rottura e se sul serio l’esito della lotta interna al M5S potesse essere la cacciata del ministro degli Esteri dal Movimento. Eventualità, quest’ultima, poi scongiurata. «Spero che il confronto tra Di Maio e Conte non ingeneri fibrillazioni per il governo in un momento di massima delicatezza per il Paese», spiegava il segretario a tutti i suoi interlocutori. Sono fiducioso che prevarranno le ragioni dell’interesse nazionale».
L’impressione di una parte dei dem, ma anche di un pezzo del governo, è che Di Maio non si voglia fermare e intenda tirare dritto per la sua strada. Perciò il timore del Pd e di palazzo Chigi è che anche se il 21 non ci sarà nessuno strappo, le fibrillazioni all’interno del M5S potrebbero proseguire e perciò finire per ripercuotersi sul governo.
Questa è la situazione, che qualche dem definisce «grave ma non seria».
Eppure in questo clima circola un certo ottimismo sulla risoluzione di maggioranza. Si conta di trovare una mediazione accettabile per tutti. Anche perché a questo punto il voto di quel documento è diventato una sorta di voto di fiducia al governo presieduto da Draghi.
Gli spiragli che inducono a essere fiduciosi e a prevedere un esito positivo di questa vicenda ci sono. Giuseppe Conte ha ceduto sul «no» all’invio delle armi in Ucraina. Il leader dei 5 Stelle si accontenterebbe che tutte le novità di peso (incluse quindi le spedizioni di attrezzature militari a Kiev) passassero in qualche modo per il Parlamento. La difficoltà consiste nel trovare una formula che possa far dire all’ex premier di aver strappato qualcosa e che nel contempo eviti al presidente del Consiglio o ai ministri coinvolti nella crisi ucraina di dover riferire in continuazione alle assemblee di Camera e Senato, magari su argomenti sensibili come appunto l’invio delle attrezzature militari. Perciò si sta lavorando su un più generico impegno a mantenere «informato» il Parlamento.

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