Domani il decreto Aiuti arriverà in Senato, una parte del Movimento è intenzionato ad astenersi ma il premier si rivolge a tutta la maggioranza: non formerà un altro esecutivo e non si farà mettere in un angolo

Draghi non ha «l’impressione di essere messo in un angolo». Che è anche un modo per avvisare che non si farà mettere all’angolo: se le basi sulle quali il suo governo era nato dovessero venire meno, considererebbe «terminata la mia esperienza a Palazzo Chigi». Il messaggio è rivolto ai partiti della maggioranza, ma l’eco arriva fino al Colle: perché l’ex presidente della Bce non sarebbe disposto a farsi rinviare alle Camere e men che meno accetterebbe di formare un altro esecutivo.
Conosce le preoccupazioni del capo dello Stato, ma c’è un motivo se in queste ore continua a citare Guido Carli: «Lui diceva che anche al servizio militare c’è l’obiezione di coscienza». La sua non sarebbe una forma di renitenza alla leva, semmai una scelta dettata da un profondo convincimento: il Paese non può essere guidato da un governo che verrebbe percepito anche dai cittadini come un «non governo», paralizzato dai conflitti nella maggioranza.
E Draghi non intende diventare il premier di un «non governo». In quel caso sarebbe meglio andare alle urne, lasciando al prossimo esecutivo il compito di varare la Finanziaria. Al massimo si potrebbe redigere un bilancio d’emergenza per mettere in sicurezza i conti, prima di dar spazio al voto. Comunque toccherebbe a Mattarella gestire la crisi che si aprirebbe
Ai vertici dei partiti di maggioranza c’è già chi giudica questa postura come un mero strumento di pressione. Cioè solo tattica. In realtà, se il presidente della Repubblica è impegnato a preservare la stabilità e ritiene ci siano gli spazi politici per continuare a garantirla, palazzo Chigi prevede che l’eventuale strappo dei grillini aprirebbe la strada a successivi strappi di altre forze della coalizione. Una spirale che porterebbe appunto al «non governo».
Draghi ha percepito i timori del Pd per l’eventualità di una crisi che in prospettiva lo esporrebbe alla (quasi) certa sconfitta elettorale con il centrodestra. Ha letto anche il rilancio immediato di Salvini, che ha il sapore della sfida. Ma il punto è che il premier non ammette deroghe e considera «i comportamenti più importanti delle parole», deciso com’è a «risolvere tutte le vertenze entro luglio. O ne trarrei le conseguenze».
Il primo passaggio importante sarà quello di domani al Senato, dove confida che Conte possa garantire il sostegno di M5S al governo. Altrimenti Draghi andrebbe al Colle e si dimetterebbe. Un segnale alle richieste grilline lo ha dato dopo l’incontro con i sindacati, annunciando un decreto che sarà pronto «entro fine mese». Non è un braccio di ferro, quello con il suo predecessore, e non c’è astio verso di lui «come sostengono i media». Ricorda il giorno dell’incontro a palazzo Chigi per lo scambio della campanella, quando gli chiese come avesse fatto a reggere le critiche della stampa. «È una cosa che mi è pesata, non sai quanto», gli rispose Conte.
Insomma, l’uomo che da Francoforte è arrivato a Roma si attiene alla regola politica in base alla quale «non esistono questioni legate ai rapporti personali». E si è persuaso che il leader grillino non voglia rompere e nemmeno andare al voto, e ha anche avvertito quanto debba essere difficile gestire le spinte interne al Movimento. Se Conte ci riuscisse e il governo ottenesse la fiducia a palazzo Madama con il voto favorevole di M5S sul decreto Aiuti, è certo che si arriverebbe a una «conciliazione».
Ma non considererebbe ultimata l’opera di chiarimento nella maggioranza. A quel punto il rendez vous decisivo sarebbe con Salvini. Intanto ha fatto sapere al centrodestra che la verifica si fa in Parlamento, non con incontri al tavolo. Dove magari emergerebbe anche la richiesta di un rimpasto. E soprattutto vuole capire se il leader della Lega è determinato a portare a compimento l’azione del governo di larga maggioranza. Perché «non aspetterò settembre», quando è previsto l’appuntamento di Pontida. Intende prevenire un ennesimo innalzamento della tensione e un altro gioco al rilancio a ridosso della Finanziaria.
L’ultimo patto, che accompagnerebbe l’ultimo tratto della legislatura con il varo della legge di Stabilità, va stretto entro luglio. O sarà rottura. È un problema di congiunzioni astrali: se Conte rientrasse e Salvini capisse, si potrebbe andare avanti. Oltre l’estate. E mentre l’esecutivo si troverebbe impegnato sulla legge di Bilancio e il Pnrr, il Parlamento potrebbe discutere della riforma elettorale. Semmai le Camere riuscissero a trovare un’intesa.
Tocca quindi ai partiti di maggioranza decidere: d’altronde «i risultati raggiunti dal governo sono merito loro». Non si capacita del fatto che non li rivendichino. Sebbene mostri insofferenza, Draghi vorrebbe «portare a termine la missione» — com’è nella sua indole — dentro un orizzonte temporale sufficiente per dare poi voce al Paese entro marzo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna su