la russa Ignazio

Gli azzurri non lo votano (a parte Berlusconi e Casellati). L’esponente di FdI eletto grazie a 17 sì dell’opposizione. Per la Camera accordo con la Lega sul vicesegretario Fontana

Nell’album della storia repubblicana entra il mazzo di rose bianche che Ignazio La Russa porge a Liliana Segre, passaggio di testimone destinato a far discutere a lungo. Lei, reduce dai campi di sterminio nazisti, che presiede il Senato per poche decisive ore «a 100 anni dalla marcia su Roma». Lui, che di secondo nome fa Benito e ha in casa una collezione di busti di Mussolini, eletto al primo colpo con 116 voti su 186 votanti, quorum a 104, sullo scranno più alto di Palazzo Madama. La maggioranza di Giorgia Meloni si è spaccata, ma per La Russa l’elezione è «un grandissimo onore», che l’ex esponente del Msi ricambia con un discorso di pacificazione: «Sarò presidente di tutti». E Meloni, con un comunicato: «Siamo orgogliosi che i senatori abbiano eletto un patriota, esempio per generazioni di militanti e dirigenti».
La partenza della XIX legislatura è clamorosa. La Russa è eletto al primo turno, maal posto dei voti di Forza Italia ci sono quelli di un drappello di misteriosi senatori delle opposizioni: franchi tiratori, al contrario. Nel centrosinistra è caccia al traditore, con Pd, M5S e centristi di Calenda che si rinfacciano sospetti e accuse. Berlusconi dirà che è stato Renzi, ma il fondatore di Italia Viva nega: «Se io faccio una cosa, la rivendico». E Calenda: «Nostri i voti per La Russa? Non diciamo follie». La giornata però va raccontata dall’inizio. Piove. Alla Camera gira voce che Meloni abbia incontrato Berlusconi e se la prima lettura che filtra è «accordo fatto», i colpi di scena riveleranno il (pessimo) stato dei rapporti tra i due. «Non ci piacciono i veti», gemerà Berlusconi dopo quel «vaffa» catturato dalle telecamere mentre parlava con La Russa.
E dire che era cominciata bene per la destra, con il passo di lato generoso di Roberto Calderoli. Il «big» della Lega, aspirante seconda carica dello Stato, rinuncia per amor di patria e di partito e Meloni ordina alla destra di votare compatti per La Russa. Il leader del Carroccio fa l’oracolo: «Andrà tutto benissimo». Ma dalla Camera arrivano segnali strani. Il braccio destro di «Giorgia», Francesco Lollobrigida, assicura che su La Russa «c’è una maggioranza». Sì, ma quale? Meloni tira dritto, per la quasi-premier «tutto procede bene». Il Senato si va animando. Alla buvette colpisce l’occhiataccia gelida che si scambiano Ronzulli e Gelmini: una è la fedelissima per cui Berlusconi sta facendo ballare la rumba alla maggioranza, l’altra ha lasciato FI per Calenda (e le due si detestano).
Ore 10.42, dopo nove anni di esilio Berlusconi torna sullo scranno del Senato. Pochi metri più in là è il momento degli abbracci. Prima Renzi-Casini, poi Calderoli-La Russa. L’ex missino, predestinato alla successione di Elisabetta Casellati, cinge con lo sguardo l’emiciclo, pieno a metà per la sforbiciata voluta dai 5 Stelle: «Il centrodestra sa sempre trovare la sintesi». Non andrà così. Silenzio, parla Segre. La senatrice a vita ricorda commossa la bambina «portata via dal banco di scuola» per le leggi razziste del 1938 e si appella alla politica, perché il 25 aprile, il Primo Maggio e il 2 giugno siano vissute «con autentico spirito repubblicano», non come date divisive.
A mezzogiorno alla Camera si incrociano Meloni e Letta, vincitrice e sconfitto. «Io ho mal di gola — saluta lei — Tu stai bene?». E il segretario del Pd: «Un bijoux». Poco dopo a Montecitorio sarà fumata nera. Le «bianche» superano di gran lunga il quorum, il favorito Riccardo Molinari si ferma a 5 voti e in serata si scoprirà che i giochi sono cambiati. La terza carica dello Stato sarà votata oggi. Salvini ha chiesto a Molinari di restare capogruppo della Lega («il migliore possibile»)
ha lanciato Lorenzo Fontana, ex ministro antiabortista della Famiglia, verso lo scranno più alto dei Montecitorio. La galassia Lgbtq prepara le barricate. A Palazzo Madama intanto si diffonde la voce che Forza Italia voterà scheda bianca, proprio quel che Meloni un’ora prima diceva di non temere. I giornalisti fanno di conto: «I senatori azzurri sono 18 sui 115 dell’alleanza di destra, se votano scheda bianca La Russa non passa, perché gli servono 104 sì». Previsione smentita, perché il senatore di FDI passerà al primo colpo, ma con i voti decisivi delle opposizioni.
Si parte, in ordine alfabetico. Berlusconi? Assente. Bernini? Assente. Dunque Forza Italia si è smarcata. Ma al secondo giro, ecco che l’ex premier avanza a sorpresa verso il catafalco, acclamato dai banchi della destra e condotto a braccio da Daniela Santanché. Berlusconi entra in cabina, esce dalla parte sbagliata ed è di nuovo la senatrice meloniana a ricondurlo verso l’urna. Pochi minuti dopo il leader di Forza Italia esce dall’aula: «Io ho votato come capogruppo ma gli altri non vogliono… È la democrazia». Al braccio del vecchio leader c’è sempre Santanché. Missione compiuta: «Sì, ma non ne voglio parlare». Il giallo degli almeno 17 voti in eccesso per la Russa comincia qui. «Mercenari», accusa la sinistra, eppure è da lì che l’aiutino è arrivato. Letta è furibondo e se la prende con Renzi e Calenda: «All’opposizione c’è chi vuole entrare in maggioranza». Versione avvalorata da Berlusconi con una certa malizia: «Sapevano che Renzi, Azione e i senatori a vita avrebbero votato La Russa». Alle 18.30 il neopresidente di Palazzo Madama sale al Quirinale. Berlusconi invita i senatori a cena a Villa Grande. E oggi il carrozzone, 300 giornalisti accreditati, si sposta alla Camera. Dopo tre votazioni andate a vuoto la quarta è a maggioranza semplice e Fontana, che forse non ha fatto i conti senza i 45 deputati di Forza Italia, è andato a dormire ottimista: «Io so solo di Giorgetti alla Juventus e io al Verona».

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