Mario Draghi 1

Draghi vuole concludere al meglio il lavoro realizzando gli obiettivi del Pnrr e non si farà fermare dai veti. Ma non vuole ruoli nella campagna: non fa da garante o apripista a nessuno, né vuole che il suo nome sia usato per ragioni elettorali

È con estremo rispetto, civico interesse e comprensibile distacco che Mario Draghi segue la corsa dei partiti verso le urne. Le polemiche politiche non lo appassionano, né sembrano turbarlo troppo.
Purché non lo coinvolgano direttamente, con il rischio di intaccarne il ruolo o distorcerne il profilo istituzionale.
È il caso di un tema che sta prendendo corpo attorno al nome del premier e che anche a Cernobbio passava ieri di bocca in bocca, di taccuino in taccuino: «D raghi è in campo e resterà in campo anche dopo il voto». Comunque lo si declini, questo argomento è accolto con estrema freddezza e puntualmente respinto da Palazzo Chigi, dove si fa notare che il premier «non ha detto o fatto nulla» che possa giustificare un suo impegno, diretto o indiretto, in questa campagna elettorale.
Per Draghi il voto è la massima espressione democratica e lui «non fa da garante o da apripista a nessuno». Dove «nessuno» è prima di tutti Giorgia Meloni, il cui staff è molto attivo e abile nell’esaltare i contatti e i rapporti tra l’aspirante prima donna premier italiana e l’ex presidente della Bce.
C’è chi sussurra che Draghi sia pronto a darle una mano anche nella stesura della Finanziaria, magari con la segreta speranza di un tornaconto in Europa, o al Quirinale.
Ecco, se non fosse convinto che ogni sua parola sarebbe strumentalizzata o male interpretata, il presidente prenderebbe con forza distanza da queste illazioni e supposizioni, come anche dall’>uso elettorale che i leader centristi Calenda e Renzi fanno del suo nome.
Ma il disagio di Draghi sfiora anche chi, come Letta, immagini un suo ruolo istituzionale dopo il 25 settembre, indispensabile per garantire la credibilità dell’Italia: il premier non è intenzionato a essere «la guida occulta» di questo o quell’altro leader, né tantomeno di un Paese che, secondo Draghi, conserverà il suo «spirito repubblicano» qualunque sarà il successore.
L’interesse del presidente è concludere al meglio il lavoro alla guida del governo, vincendo la guerra dell’energia e realizzando gli obiettivi del Pnrr. Il price cap al gas russo è una battaglia che Draghi vuol vincere anche perché la combatte dal 7 marzo, quando lui e il ministro Cingolani portarono la proposta a Bruxelles durante l’inconro con Ursula von der Leyen.
Quanto ai 191,5 miliardi di aiuti europei, è (molto) preoccupato per il progetto del centrodestra di rinegoziare con l’Europa il piano quinquennale. «Si può perfezionare nel rispetto dell’articolo 21, ma non si può stravolgere» è la tesi dell’ex banchiere, che garantì davanti alla Commissione Ue l’attuazione del Pnrr nei tempi stabiliti. E che ora, ad ogni occasione, ricorda come in gioco ci sia la reputazione del Paese: «Dobbiamo mantenere gli impegni presi».
Per quanto nei suoi poteri, chiusi nel perimetro degli affari correnti, Draghi non si farà fermare dai veti elettorali e andrà avanti con le riforme legate al Pnrr, dalla concorrenza alla giustizia.

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