La sfilata al Colle delle tante opposizioni. L’unità è già un miraggio

Per fortuna di Giorgia Meloni c’è anche l’opposizione. Che ieri ha sfilato per le consultazioni nello studio alla Vetrata del Quirinale divisa e orgogliosa delle divisioni, ognuno a rimarcare il suo pezzetto di territorio, ognuno in fondo perso dietro ai fatti suoi. Carlo Calenda, privo di Matteo Renzi in giro all’estero per lavoro, lo sostituiva “la presidente Bellanova”, il Pd può dunque consolarsi di non essere l’unico partito che non ha eletto la presidente, si è premurato di spiegarlo ai cronisti: con gli altri partiti di minoranza non vuole avere nulla a che spartire. “Di opposizioni ce ne sono due – ha detto Calenda – siamo pronti a votare i provvedimenti del governo che ci convinceranno”.
Giuseppe Conte ha fatto un piccato comizio sull’Ucraina, diffidato dal nominare Antonio Tajani al ministero degli Esteri e invitato il governo Meloni a restare in quel solco euro-atlantico dal quale, da mesi, il Movimento 5 Stelle cerca di uscire. Mezz’ora dopo Conte, è stato il turno di Enrico Letta: ha chiesto continuità al governo sulla linea atlantista, cioè in teoria la stessa richiesta di Conte però con finalità opposte, dato che il leader grillino vuole sospendere le forniture militari a Kiev e il segretario dem confermarle.
“Non credo che in questo momento sia prioritario l’invio di ulteriori armi sofisticate all’Ucraina”, ha detto Conte, lasciando forse uno spiraglio ad armi rudimentali. La contraddizione di chiedere a Meloni la conferma della collocazione internazionale del Paese proprio mentre si propone lo smarcamento sugli aiuti all’Ucraina, Conte ha provato a spiegarla così: “Stare nelle alleanze non signifca avere cieca obbedienza. Al nuovo governo chiediamo di spingere per un negoziato di pace”. Quindi, alla domanda su quale differenza ci sia tra Berlusconi che parla di Putin come “uomo di pace” e lui che pochi giorni fa diceva in tv “nessuno dica che Putin non vuole la pace”, il leader 5S ha spiegato: “Non voglio essere frainteso, non ho detto che Putin vuole la pace, ma c’è qualcuno che non la vuole”. Confermando insomma che nelle sue valutazioni l’ostacolo principale è in Occidente e a Kiev, non a Mosca.
Significative, e almeno in questo caso logiche, le rispettive chiusure sulle prospettive di intesa. Sostiene Letta: “Serve un percorso verso una maggiore convergenza, se si vuole evitare che la legislatura duri cinque anni con lo stesso governo”. Sostiene Conte: “Un’opposizione unitaria non è nell’ordine delle cose. Il Pd farà il suo percorso congressuale, su molti passaggi ci potremo trovare insieme, ma non è questo il tempo di creare una cabina di regia coordinata e permanente”.
Calenda, insomma, è stato ottimista a parlare di “due opposizioni”. Anche i gruppi minori hanno voluto dare il contributo a quello schema di gioco che mister Eugenio Fascetti, vecchia volpe della panchina nonché probabile elettore di Meloni – chiamava “caos organizzato”, nel caso delle minoranze più caos che organizzazione. Persino i due esponenti sudtirolesi della Svp sono riusciti a dire cose diverse tra la senatrice Julia Unterberger che ha parlato al mattino (“Siamo orientati a non votare la fiducia a Meloni ma aspettiamo di capire meglio”) e il deputato Manfred Schullian che ha parlato al pomeriggio (“Non voteremo la fiducia”, poi a richiesta di chiarimento ha spiegato che potrebbero astenersi).
Ogni partito ha un’agenda diversa. Alcuni ne hanno due, quando è il caso di forze politiche alleate in cartello elettorale, come i rossoverdi in coalizione con il Pd. Il verde Angelo Bonelli ha posto la questione del ministero della Transizione ecologica: “Non ci mettano un negazionista o faremo opposizione dura”, missione che gli elettori del cartello rosso-verde pensavano di aver affidato a prescindere dal grado di ambientalismo del nuovo ministro. L’elegantissimo Nicola Fratoianni si è presentato con un stella rossa sul bavero della giacca e per fortuna almeno stavolta nessuno ha pensato che fosse un attacco brigatista al cuore dello Stato: “Sulla spilla c’è il numero 13, è il simbolo di Lula, spero che vinca”, ha spiegato Fratoianni e si sa che le vittorie per procura sono da tempo l’unico balsamo delle sinistre italiane.
Perfettamente in linea con lo spirito del tempo i variopinti gruppetti del Misto, eterogenei come gruppi vacanza di avventure nel mondo. Per il Misto Camera c’erano il citato Schullian, Riccardo Magi e Benedetto Della Vedova di +Europa, Franco Manes delle Minoranze linguistiche e Francesco Gallo di Sud chiama Nord, il partito siculo di Cateno De Luca. Gallo ha alzato la voce: “Il mio voto non è in vendita. Da deputato di Messina dico che non basta la solita promessa del Ponte sullo Stretto”. Poi ha alzato anche la mira: “Vogliamo rappresentare la Sicilia. Anzi, tutto il Sud”.

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