Il discorso di Mattarella apprezzato dalla premier Giorgia Meloni. Il ruolo di Mantovano nei contatti con il Quirinale

Giorgia Meloni inizia con una telefonata di ringraziamento al capo dello Stato e con un videomessaggio di auguri via social agli italiani, perché quello che si apre sia un anno di «orgoglio e ottimismo».
Il governo farà la sua parte, promette la presidente del Consiglio ed esprime il desiderio che tutti i cittadini e le cittadine credano quanto lei «nella possibilità di risollevare questa nazione, di rimetterla in piedi, di farla camminare velocemente e con entusiasmo».
Meloni ha apprezzato il messaggio di fine anno del presidente Sergio Mattarella e ha chiamato per ringraziarlo. In particolare, alla leader di Fratelli d’Italia hanno fatto piacere l’incoraggiamento «a governare con la responsabilità che la difficoltà del momento esige» e la sottolineatura sulla prima donna capo del governo. E se a molti esponenti di una maggioranza che ha infilato nella manovra condoni e sanatorie fiscali saranno fischiate le orecchie quando Mattarella ha detto che «la Repubblica è nel senso civico di chi paga le imposte», a Palazzo Chigi prevale il giudizio positivo sul discorso.
Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, ammette che nel governo si temevano punzecchiature del Colle sui primi decreti. E invece il capogruppo è sollevato: «Mattarella non ci ha dato nessuna bacchettatina, neanche indiretta». Neanche sul Trattato del Quirinale con la Francia, che Meloni in conferenza stampa ha liquidato così: «I contorni non mi sono ancora chiarissimi, non ho avuto la possibilità di approfondire…».
Ovviamente al Colle l’inciampo non è sfuggito, ma non risultano reazioni particolari. Nel rendere pubblica la telefonata a Mattarella, la premier ha fatto mettere nero su bianco «l’augurio più sincero» alla prima carica dello Stato «per la prosecuzione del suo alto mandato». Un atteggiamento molto diverso rispetto a quando Giorgia Meloni — era il 2018 — chiedeva con i 5 Stelle la «messa in stato d’accusa di Mattarella per alto tradimento». Acqua passata. Ora un ministro arriva a definire «molto buoni, se non ottimi», i rapporti tra capo del governo e capo dello Stato. Quel velo di diffidenza che ancora c’era, da parte della forza politica che ha vinto le elezioni e della sua leader, dopo il 25 settembre si è rapidamente dissolto. E adesso chi frequenta Palazzo Chigi assicura che i rapporti con il Quirinale sono «istituzionalmente corretti»
Meloni apprezza il distacco «super partes» del presidente, che esercita il suo magistero senza frapporre ostacoli all’attività dell’esecutivo. E anche se in questi primi mesi di governo non c’è stata occasione per grandi scambi tra lui e Meloni, da quando è arrivata al governo la strategia della premier appare cambiata. Al punto che nell’opposizione serpeggia il timore che la destra stia tentando di «appropriarsi» del presidente della Repubblica.
L’entourage di Mattarella e quello di Meloni sono due mondi lontanissimi, che stanno iniziando a conoscersi. A tenere i contatti con i consiglieri del Quirinale è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Il magistrato leccese non aveva alcuna consuetudine con Sergio Mattarella, né con il segretario generale della presidenza della Repubblica, Ugo Zampetti. Eppure si deve anche alla sua capacità di ascolto se gli attriti tra il Colle e Palazzo Chigi sui primi decreti si sono risolti con la moral suasion, senza arrivare allo scontro.
Sul decreto Rave, come sul decreto Sicurezza (subito ridotto ai minimi termini), la premier si è mostrata il più possibile ricettiva, innescando la retromarcia o aggiustando in corsa i provvedimenti. «Se c’è un problema con il Quirinale riguarda Salvini e Piantedosi, non Palazzo Chigi», è la lettura di una autorevole fonte di governo.
Al telefono nel giorno di Capodanno i due presidenti non hanno parlato di riforme, ma c’è da chiedersi cosa accadrebbe se Meloni provasse a cambiare la Costituzione — che per Mattarella «è la bussola» — in senso presidenziale o semi-presidenziale. Allora i rapporti potrebbero cambiare.
Ma c’è tempo. Per riscrivere la carta ci vogliono due anni e non è detto che la presidente del Consiglio voglia mettere a rischio il governo per puntare tutto sulla riforma del Quirinale.

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