giuliano amato

L’appello del presidente nel suo ultimo intervento: il potere va esercitato, ma entro i suoi limiti. «Cambierà il timoniere della Corte Costituzionale ma non la rotta né la guida collegiale che la determina»

L’esordio non ispira ottimismo: «Il mondo è cambiato, e non è cambiato in meglio. Sono aumentati i conflitti fra Stati, dentro e fuori l’Unione europea, e sono aumentati i conflitti nelle nostre società statuali». Né le prospettive sono meno preoccupanti, perché se i poteri in campo «profittano delle difficoltà altrui per fare ciò che gli pare giusto e tuttavia tocca all’altro, quella è la strada che dalle situazioni difficili porta al caos istituzionale». Dopo nove anni trascorsi al palazzo della Consulta, Giuliano Amato lascia la Corte Costituzionale e l’incarico di presidente ricoperto negli ultimi otto mesi. E il saluto ai colleghi diventa l’occasione per uno sguardo sulle difficoltà che la massima istituzione di garanzia si trova ad affrontare nella società mutata e che si prepara ad altri mutamenti. Dentro e fuori i confini italiani.
«In campo europeo — scandisce Amato indossando la toga per l’ultima volta — la tentazione di affermare il primato del diritto nazionale su quello comune europeo non è solo di Polonia, Romania e Ungheria». Il pensiero va a certe recenti «tentazioni», così le definisce, dei giudici francesi e tedeschi. E ancora: «In campo nazionale, le difficoltà decisionali del Parlamento su temi nei quali premono con forza esigenze non adeguatamente riconosciute di tutela, cominciano a dar fiato a tesi che ritenevo ormai sepolte sulla giurisprudenza come fonte del diritto al pari della legislazioni». Cioè le decisioni dei giudici parificate alle leggi, e ciò sulla base del principio secondo cui «la giustizia è amministrata in nome del popolo», com’è scritto nella Costituzione.
È questa la strada che porta al caos, ammonisce Amato: la prevaricazione di un potere su un altro. «L’esercizio responsabile e certo non timido del proprio potere — dice — è un dovere istituzionale, ma con il rispetto del suo limite che è parte non rinunciabile della rule of law (la supremazia della legge che preserva dall’arbitrio, ndr), chiunque sia a non rispettarlo, l’esecutivo come il giudiziario». Il richiamo al governo e ai giudici e al non uscire dai propri confini sembra estendersi anche alle Camere che con la loro inerzia di fronte alle esortazioni della Corte ad occuparsi di alcuni temi (soprattutto nel campo dei valori etici e dei cosiddetti nuovi diritti), si espongono proprio alle invasioni altrui. La Corte ne è sempre stata consapevole: «I casi ci portano spesso sul crinale che separa la nostra giurisdizione dalle scelte che competono al Parlamento», e il presidente uscente si rammarica che «ci capita più volte di incontrare il silenzio del Parlamento o voci in esso discordi, che ne prevengono le scelte». O le paralizzano.
In queste acque poco tranquille la Corte ha navigato cercando sempre «la collaborazione istituzionale per consentire a ciascuno di esercitare le proprie responsabilità tenendo conto delle ragioni e degli stessi vincoli dell’altro»; e poi esercitando «l’equilibrio nella ricerca delle soluzioni di nostra competenza, con bilanciamenti mai unilaterali fra i valori costituzionali di volta in volta in campo», senza trascendere nell’«apprezzamento etico-sociale riservato al Parlamento». Come nel caso della «maternità surrogata», chiarisce Amato, «di cui mai abbiamo messo in dubbio il disvalore, sollecitando però il Parlamento a trovare soluzioni migliori di quelle oggi esistenti per la tutela dell’interesse del bambino». Che non sono arrivate.
Dalla prossima settimana «cambierà il timoniere ma non la rotta né la guida collegiale che la determina», conclude il presidente che prima ha ascoltato il saluto — e i ripetuti «grazie» — della vice-presidente Silvana Sciarra e degli avvocati Giandomenico Falcon e Gabriella Palmieri Sandulli, a nome del Foro e dell’Avvocatura dello Stato. «Parlare di Amato significa attraversare la storia recente dell’Italia repubblicana», ha detto Sciarra ricordando le cinque legislature da parlamentare, gli incarichi di ministro del Tesoro e dell’Interno, nonché la carica di presidente del Consiglio in due bienni non meno traumatici dei tempi attuali: il 1992-93 e il 2000-2001. Senza mai abbandonare l’insegnamento universitario. Circa mezzo secolo di vita pubblica che, a 84 anni, sembra interrompersi. Per adesso Amato tornerà a dare una mano all’Istituto dell’Enciclopedia Treccani, di cui è stato presidente prima di entrare alla Corte. Ora spetta a Mattarella nominare un nuovo giudice costituzionale, e martedì prossimo ci sarà l’elezione del nuovo presidente, stavolta non scontata. La regola non scritta del più anziano di nomina vede sulla stessa linea di partenza i tre vice-presidenti: Sciarra, Daria De Petris e Nicolò Zanon.

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