mario draghi giuseppe conte

L’Avvocato è passato dal sostegno leale a Draghi al rifiuto di votare la fiducia. Ora si ritrova verso le elezioni alla guida di un’Armata Brancaleone

Ha deciso di non decidere cosa andava deciso per decidere chi doveva decidere, ma l’ha deciso quando tutto era già stato deciso. E non da lui, Giuseppe Conte l’Indecisionista. L’uomo che in tre settimane è passato dal “sostegno leale, costruttivo e corretto” a  Mario Draghi ai penultimatum con le “urgenze non urgenti” e infine al rifiuto di votare la fiducia ma che, per carità, non era una sfiducia. Con la comica conclusione di ieri, quando ha dato ordine ai suoi di non votare né a favore né contro il governo, dichiarandosi “presenti ma non votanti”. Raramente, a memoria di cronista, una crisi di governo ha visto uscire dal campo così malconcio – ridotto all’irrilevanza numerica e all’insignificanza politica – il partito che l’aveva così maldestramente aperta, finendo per essere “messo alla porta” come diceva ieri sera il suo quasi leader.

Conte sceneggiatore del disastro
Di questa disastrosa impresa, Conte è stato lo sceneggiatore, il protagonista e il colpevole. È stato lui ad aprire le ostilità contro Draghi – che ha sempre considerato come l’usurpatore della sua poltrona, l’uomo di quel “Conticidio” che andava vendicato – prendendo a pretesto un pettegolezzo di seconda mano, secondo il quale Draghi aveva chiesto a Grillo di farlo fuori. Pettegolezzo smentito da Grillo e da Draghi, di cui Conte – misteriosamente, improvvisamente, inspiegabilmente – dopo averlo definito “un fatto grave” non ha più voluto parlare dopo aver incontrato Draghi (“È una questione in cui non voglio entrare”). È stato lui a trasformare un problema politico in uno psicodramma, denunciando “mancanze di rispetto, attacchi pregiudiziali, invettive per distruggerci”, arrivando a sostenere che “il nostro non è un no alla fiducia ma una reazione alle umiliazioni subite”, roba da psicanalista.

La maratona di riunioni del M5S
Ma il suo disastroso capolavoro è stato l’interminabile zigzag tra l’ala irriducibile e quella governista dei cinquestelle, la sua oscillazione permanente tra il mezzo sì e il mezzo no, nel goffo tentativo di non essere abbandonato né da chi voleva la testa di Draghi né da chi voleva restare con Super Mario. Così un giorno prometteva sostegno al governo, “ma serve discontinuità”, e il giorno dopo avvertiva: “Stiamo con un piede fuori”. Un giorno consegnava a Draghi un papello in nove punti con le “urgenze non urgenti”, e due giorni dopo annunciava: “Pretendiamo un cambio di passo immediato”. Senza mai prendersi la responsabilità della decisione definitiva: infilando tutto il Movimento in una catena di Consigli Nazionali, assemblee dei parlamentari e riunioni notturne via Zoom che non hanno mai deciso né sì né no. Così, dopo aver votato a Montecitorio la fiducia al governo sul decreto Aiuti, a Palazzo Madama i grillini glie l’hanno negata. Per via del termovalorizzatore di Roma, certo, ma anche per le mancanze di rispetto e le umiliazioni subite, si capisce. Mentre Conte ripeteva ai telegiornali che i due voti erano frutto delle “medesime lineari, coerenti motivazioni”.
Adesso che la crisi di governo ha avuto una conclusione assai diversa da quella che prevedeva il suo piano, l’Avvocato del Popolo si ritrova alla guida di un Movimento che conta meno della metà dei parlamentari eletti quattro anni fa ed è crollato nei sondaggi dal 32,7 per cento del 2018 all’11 cento della settimana scorsa, una percentuale che se anche lui riuscisse nell’improbabile miracolo di trasformarla in seggi riporterebbe nel prossimo Parlamento solo 77 pentastellati, contro i 335 dell’ultima volta. Lui che doveva rilanciare i cinquestelle trasferendo su di loro la popolarità conquistata a Palazzo Chigi, in un solo anno ha perso un terzo dei consensi, una settantina di parlamentari se ne sono andati e altre due dozzine facendo le valigie.

Il mai-nato partito di Conte
Chissà come sarebbero andate le cose se Conte avesse dato retta a chi gli suggeriva di fare un suo partito. Ma lui – come ha raccontato il suo superconsulente Domenico De Masi – “ha scartato quell’idea perché era un’operazione costosa e una fatica enorme, scegliendo di prendersi un partito già bello e pronto”. Purtroppo, l’impresa si è rivelata più difficile del previsto. “È una faticaccia enorme, non credo che la potrò reggere fisicamente a lungo”, confessò dopo soli 35 giorni, 25 comizi e un pranzo con Grillo. Forse, chissà, credeva che guidare un partito fosse una passeggiata, per chi era stato capace di formare due governi, uno con la destra e un altro con la sinistra. E magari si era convinto, leggendo i sondaggi che gli portava Casalino, di avere dentro di sé – senza saperlo – le qualità del leader, ma con l’abilità dell’astuto avvocato che riesce a difendere qualunque causa senza mai sposarla, e dunque può farsi corteggiare dagli eredi della Ditta che vedono in lui il domatore democratico dei grillini selvatici, però si rifiuta di essere chiamato “alleato” e non vuol sentir parlare di “centrosinistra”, ma semmai di “fronte progressista” che è come un blazer blu: puoi andarci dovunque.
Sogni di gloria che oggi svaniscono nel nulla. Dopo la figuraccia rimediata nella battaglia per il Quirinale, dove candidò a sua insaputa il capo dei servizi segreti, Conte ha sfidato a duello Draghi ma ha perso senza neanche combattere. E ora si ritrova sulla strada che porta alle elezioni anticipate alla testa di un Movimento ridotto a un’Armata Brancaleone che ormai è solo l’ombra slabbrata di quell’esercito di giustizieri senza macchia e senza paura che voleva fare la rivoluzione a cinque stelle.

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