luigi di maio

Il ministro degli Esteri parla di «ambiguità che non condivide». Il riferimento alle critiche del leader Conte al governo

Dice Luigi Di Maio: «Non possiamo stare nel governo e poi, un giorno sì e un giorno no, attaccare il governo<. Il M5s deve fare un grande sforzo nella direzione della democrazia interna». Replica Giuseppe Conte: «Quando Di Maio era leader, come organismo del M5S c’era solo il capo politico. Che oggi ci faccia lezioni di democrazia fa sorridere». Il botta e risposta indiretto tra il ministro degli Esteri e l’ex premier dà il senso delle tensioni che si vivono all’interno del Movimento. Tensioni che il risultato non entusiasmante dell’ultima tornata di elezioni amministrative ha ulteriormente rinfocolato. Per Di Maio il risultato è deludente («non siamo mai andati così male») e a pesare ci sono anche i sondaggi: l’ultimo di Ipsos per il Corriere della Sera piazza i grillini al 13,7%; alle scorse politiche avevano (non) vinto la partita conquistando più del 32% di consensi.
Di Maio, tuttavia, ha ormai assunto uno standing sempre più istituzionale e non nasconde l’insofferenza verso la linea da partito di lotta e di governo, più di lotta che di governo, che il M5S a trazione contiana sta assumendo. Il no all’invio di armi all’Ucraina viene ribadito con regolarità, come se nel Consiglio dei ministri non fosse presente anche il Movimento. E come se il Paese non avesse degli obblighi internazionali: «L’Italia non è un paese neutrale — rimarca il capo della Farnesina —, è un Paese che è dentro alleanze storiche da tanto tempo grazie ai nostri padri fondatori» e quindi no a «frasi o contenuti che ci disallineano di fatto dalle nostre alleanze storiche».
I fedelissimi di Conte negano di volere aprire una crisi in un momento così delicato, di volersi disimpegnare dall’esecutivo, magari puntando su un appoggio esterno, proprio ora che la politica estera richiederebbe dall’Italia un’immagine di unità. Ma l’avvicinarsi delle elezioni del prossimo anno crea ansia da prestazione nelle forze politiche più sensibili al richiamo popolare, tanto più che anche Salvini — e Di Maio non manca di farlo notare — sta alzando il tiro contro l’esecutivo.

«Meno autoreferenzialità»
Il ping pong di dichiarazioni si gioca su diversi campi. Quello della governance interna, innanzitutto. Per Di Maio, al M5S servono «meno autoreferenzialità» e «un grande sforzo di democrazia interna» perché «veniamo da una storia che si è distinta per democrazia interna ma nel nuovo corso devono esserci più inclusività e dibattito». Sulle elezioni: «È normale che l’elettorato sia disorientato ma alle amministrative non siamo andati mai così male» e «non si può far risalire i problemi all’elezione del presidente della Repubblica». «Negli ultimi giorni ho riunito un consiglio nazionale e ho fatto due conferenze stampa in cui abbiamo analizzato il risultato del voto: io so come assumermi le responsabilità» puntualizza Conte, respingendo l’accusa di volere scaricare le colpe su altri. Rimandando però la palla nel campo del ministro: «Il mio telefono non ha mai squillato». Ovvero, Di Maio non si è mai fatto sentire per dare un contributo. Poi, rispondendo ad un cronista, l’ex premier evoca una possibile fuoriuscita da parte del ministro: «Luigi intende fondare un nuovo partito? Non entro nella testa altrui: questo ce lo dirà lui in queste ore».

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