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Mattarella non vorrebbe segretari di partito all’Interno. Ma l‘intesa tra gli alleati del centrodestra sembra essere raggiunta

Ormai è una corsa a due, ma la strada per la nomina di un ministro tecnico appare spianata. Perché nelle consultazioni di questi giorni tra la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni e gli alleati del centrodestra, l’intesa per affidare al segretario della Lega Matteo Salvini un ministero diverso dal Viminale è ormai raggiunta. Troppe variabili impediscono un suo ritorno all’Interno. Se lui riterrà di indicare comunque un esponente del Carroccio è quasi certo che la scelta cadrà su Giulia Bongiorno. Altrimenti si opterà per un prefetto e il nome che mette tutti d’accordo è quello di Matteo Piantedosi.
Dopo le frizioni dei giorni scorsi, anche Salvini si sarebbe ormai convinto di non poter forzare la mano. La pretesa di ottenere il Viminale è apparsa con il trascorrere del tempo un’impuntatura sulla quale sarebbe stato opportuno soprassedere. Il fatto che sia imputato nel processo Open Arms per un’accusa nell’esercizio delle sue funzioni di ministro è un ostacolo difficile da superare. Che cosa succederebbe se fosse condannato? Per un esecutivo che — come Meloni ripete ormai da quando ha vinto le elezioni — «deve essere composto da persone di alto profilo e che non siano in alcun modo contestabili» come si può giustificare la nomina a titolare dell’Interno di un politico che deve difendere il proprio operato in quel ruolo? Non sono gli unici dubbi che in queste ore hanno reso la discussione accesa. Ma sono gli argomenti che alla fine avrebbero convinto Salvini a optare per il ministero delle Infrastrutture, mettendo così il nuovo esecutivo al riparo da polemiche e frizioni.
Un altro punto esaminato riguarda la situazione che si dovrà affrontare nelle prossime settimane. L’autunno si annuncia caldo sul fronte delle tensioni sociali. L’aumento vertiginoso delle bollette, il rischio chiusura per numerose attività commerciali e imprenditoriali fanno temere manifestazioni e proteste. Un quadro preoccupante rispetto al quale anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha più volte evidenziato la necessità di coesione. «Ho il dovere di sottolineare che il periodo che attraversiamo non consente pause negli interventi indispensabili per contrastare gli effetti della crisi economica e sociale e, in particolare, dell’aumento dell’inflazione che, causata soprattutto dal costo dell’energia e dei prodotti alimentari, comporta pesanti conseguenze per le famiglie e per le imprese», aveva sottolineato prima di firmare il decreto di scioglimento delle Camere per indire le elezioni del 25 settembre scorso.
E anche in queste ore, pur non entrando direttamente nelle trattative, nei suoi colloqui con chi sta lavorando alla formazione del nuovo governo — primi fra tutti Meloni e Salvini — avrebbe spiegato di preferire che il Viminale non sia affidato a un segretario di partito in modo da evitare una problematica sovrapposizione di ruoli. Un concetto che potrebbe essere ribadito pubblicamente prima del giuramento.
La scelta di un tecnico è apparsa dunque la via d’uscita più agevole per sciogliere il nodo e il passo successivo ha portato inevitabilmente a Piantedosi. Il prefetto di Roma ha ricoperto l’incarico di capo di gabinetto con Salvini, ma è stimato anche dagli altri componenti della coalizione e dal centrosinistra. Conosce perfettamente la macchina del Viminale e ha già gestito numerose situazioni delicate, compresi i negoziati per l’approdo delle navi cariche di migranti quando l’allora ministro, appoggiato da tutta la Lega, voleva impedire lo sbarco nei porti italiani. Dopo aver cercato invano di ottenere il Viminale, Salvini ha ribadito nei suoi colloqui con Meloni di voler essere comunque lui a indicare il nome del ministro dell’Interno e quando è stata la stessa leader di FdI a manifestare apprezzamento per Piantedosi non ha negato il suo appoggio.
Alla compilazione della lista finale mancano un paio di settimane. Nell’incrocio di posti e nomi non è escluso che alla fine il Carroccio ci ripensi e opti per un politico. Anche perché la pretesa del Viminale continua a essere per Salvini l’asso da calare per ottenere per sé e per gli altri leghisti ruoli di primo piano. L’unico nome possibile sarebbe allora quello di Giulia Bongiorno: è parlamentare ed è già stata ministro nei precedenti governi, ma continua a esercitare il ruolo di avvocato, anche come difensore di Salvini. Dunque risponde a quelle caratteristiche tecniche che consentirebbero al Capitano di non uscire sconfitto in questa partita.

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