Quirinale2

Restiamo una democrazia parlamentare, ma che non riesce più a formare maggioranze di governo nelle urne, con il voto (per due elezioni di seguito, 2013 e 2018); e sempre più spesso non riesce nemmeno a formare maggioranze stabili e durature in Parlamento, dopo il voto

Che cosa capiscono i cittadini della corsa al Quirinale? Probabilmente due cose: la prima è che si tratta di una scelta molto importante, altrimenti non si spiegherebbe perché i politici e i media vi dedichino tanta attenzione e con tanto anticipo. La seconda è che questa scelta non li coinvolge, nel senso che non vi svolgeranno alcun ruolo, ma tutto dipenderà dagli equilibri tra i 1009 grandi elettori.
Prova ne sia il fatto che tutti i possibili candidati non solo non si rivolgono al corpo elettorale, ma hanno addirittura smesso di parlarne in pubblico pur di mantenere
il massimo riserbo e riservare così le proprie energie alle manovre in Parlamento.
Ma le due cose – una scelta politica così importante e l’assenza di un qualsiasi ruolo degli elettori – non vanno tanto bene insieme. E rischiano di complicare ulteriormente il già difficile rapporto tra l’opinione pubblica e la democrazia parlamentare.
Si dirà: ma è sempre stato così. Non è proprio vero. Un tempo la scelta del Presidente era meno gravida di conseguenze, e per questo poteva essere anche più combattuta, fino al record di 23 scrutini per l’elezione di Leone. Per quarant’anni, dalla fine del centrismo fino a Tangentopoli nel 1992, i poteri del capo dello Stato sono stati infatti limitati da quel vero e proprio partito-Stato che fu la Dc, perno e fulcro di una democrazia bloccata sì, e senza possibilità di alternanza, ma anche «protetta» dal fattore K. Il Presidente di solito non doveva fare altro che assegnare l’incarico di formare il governo alla personalità indicata dai partiti di maggioranza. E magari, ogni tanto, alzare la voce, come hanno fatto sia Pertini sia Cossiga.
Poi, con la caduta del Muro e la grande svolta del 1994, la funzione del presidente è stata invece condizionata, e talvolta apertamente contestata, da quella specie di premierato di fatto che si è istaurato con il bipolarismo e il sistema elettorale maggioritario della Seconda Repubblica, e che ha prodotto per quindici anni l’alternanza a Palazzo Chigi tra Berlusconi e Prodi.
Ma da dieci anni a questa parte tutto cambia. La crisi finanziaria, la crisi economica, la crisi dei partiti e lo sfasciarsi progressivo del bipolarismo, hanno costretto i presidenti a un ruolo molto più attivo e diretto nella formazione dei governi. Basti pensare che dal 2011 a oggi ben quattro premier su sei non erano neanche parlamentari eletti (Monti, Renzi, Conte e Draghi). E i loro governi sono durati in tutto quasi sette anni su dieci: sono cioè diventati la norma, non l’eccezione. In due casi poi, Monti e Draghi, si è trattato di veri e propri «governi del presidente», in cui il premier incaricato dal capo dello Stato si è cercato in Parlamento quella maggioranza che non si era manifestata nelle consultazioni, e ne ha ottenuto la fiducia.
Se la nave italiana in tempesta ha evitato di affondare sugli scogli del debito pubblico prima e della pandemia dopo, lo dobbiamo anche al coraggio e alla determinazione con cui Napolitano e Mattarella hanno saputo interpretare correttamente la Costituzione, usando appieno di quel sistema di poteri «a fisarmonica» saggiamente approntato dai padri costituenti. Ma ciò non toglie che una mutazione politica c’è stata: la crisi verticale di rappresentanza dei partiti ha spostato al Quirinale il fulcro del sistema. Anche per questo la scelta del prossimo presidente è così importante; e perciò dobbiamo augurarci che questo Parlamento si riveli capace di eleggere una persona all’altezza dei predecessori.
Siamo però da troppo tempo in mezzo a un guado: restiamo una democrazia parlamentare, ma che non riesce più a formare maggioranze di governo nelle urne, con il voto (per due elezioni di seguito, 2013 e 2018); e sempre più spesso non riesce nemmeno a formare maggioranze stabili e durature in Parlamento, dopo il voto.
Che fare, dunque? La cosa peggiore sarebbe fingere di non vedere. E perdere anche l’occasione del dibattito in corso sulla scelta del nuovo presidente per avviare finalmente una riflessione sulla strada da prendere. Vogliamo tornare a un regime parlamentare autosufficiente, riportando nelle due Camere il centro del potere, elevando la rappresentatività elettorale e la qualità del personale politico, riformando i partiti in senso democratico? Oppure preferiamo andare verso un’investitura diretta del capo del governo da parte dell’elettorato, che si tratti di presidenzialismo o di semipresidenzialismo alla francese, trasformando così il rapporto tra esecutivo e legislativo, con tutti i bilanciamenti istituzionali che questo comporta?
Che questa riflessione non si possa più evitare ce lo dice proprio il gran dibattito in corso su come sfruttare al meglio e al servizio del Paese le notevoli capacità e l’indiscusso prestigio internazionale di Mario Draghi: se lasciandolo per un altro anno a Palazzo Chigi, sperando che ci possa tornare anche dopo le elezioni, oppure mandandolo per sette anni al Quirinale, per svolgere quel ruolo di equilibratore del sistema sotto la cui protezione avviare una grande riforma della politica.
Mentre discutono tra di loro e al loro interno su tattiche e strategie nel prossimo conclave di Montecitorio, i partiti dovrebbero dirci anche questo: che tipo di democrazia hanno in mente per il futuro dell’Italia. Allora la scelta del presidente sarebbe anche più facile, certamente più comprensibile ai cittadini, e più lontana da quel «beauty contest», da quella gara di personalità e di potere, che finora è apparsa ai più.

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