soldi euro2
Chiamandosi cuneo non potevamo illuderci che non allargasse progressivamente le differenze fra il netto in busta paga e il costo del lavoro. Un cuneo quello fa. E forse era ed è opportuno dividerlo in due. Distinguere il cuneo fiscale da quello contributivo, a sua volta diviso in due parti, una a carico del dipendente e una in capo all’azienda. Chissà se la crisi politica, con un Draghi dimissionario, consentirà di mantenere la promessa di intervenire a beneficio dei salari netti. L’esecutivo uscente aveva appena respinto la proposta confindustriale di riduzione del cuneo (due terzi ai dipendenti, un terzo alle aziende) dal costo peraltro astronomico di 16 miliardi l’anno. Lo spazio fiscale disponibile, stando alle ultime stime sull’assestamento di bilancio, è di poco superiore agli 8 miliardi. Comunque vadano le cose sul fronte politico, un punto rimane assolutamente fermo. Le ragioni dei più deboli si difendono meglio con un governo nel pieno dei propri poteri.
E questo lo sanno benissimo i sindacati che hanno, a differenza di altri, storia e memoria. Anche con il peggior esecutivo a loro ostile sanno di avere un tavolo e un interlocutore. Nel vuoto della crisi, nelle more dell’ordinaria amministrazione, no. Se Cgil, Cisl e Uil ritengono che una manovra a difesa dei salari e del loro potere d’acquisto non possa aspettare gennaio, cioè il momento in cui la legge di Bilancio del 2023 entrerà in vigore. A maggior ragione l’attesa non va protratta a un ipotetico dopo voto. L’altro aspetto curioso è che il cuneo è come se avesse, nella discussione pubblica, una forma astratta, totalmente svincolata dalla ragione storica per il quale si è formato. Come fosse un orpello novecentesco, una sovrastruttura irragionevole, antiquata. La copertura di quei servizi, assicurazioni, risparmio pensionistico, contributi vari, va comunque garantita in un altro modo. Pagata da altri. Non è un’armatura che si distoglie per sempre.

I numeri
Intanto non è vero che il cuneo fiscale, in percentuale al costo del lavoro, sia in Italia (nel 2021 al 46,5 per cento, in leggero calo rispetto al 2020) più alto in assoluto. In Germania (48,1) e Francia (47) è decisamente maggiore. La Spagna è al 39,3 per cento. È assolutamente vero che l’aliquota fiscale media sui salari in Italia (20,1 per cento) sia sensibilmente più elevata. In Germania, sempre secondo i dati 2021, è al 17,5 per cento; in Francia al 16,5; in Spagna al 14,7. Luigi Marattin, presidente della Commissione Finanze del Senato, condivide la necessità di distinguere nettamente la parte fiscale, ovvero l’Irpef, da quella contributiva a carico del dipendente o dell’azienda. «Sono due cose diverse, con meccanismi e finalità diverse. I contributi, in un sistema pensionistico ancora in parte a ripartizione, servono per pagare le pensioni di oggi. E tagliandoli mettono a rischio quelle di domani. Se si sceglie di intervenire sulla parte fiscale — e ricordo tra l’altro che Cgil e Uil scioperarono il 16 dicembre dello scorso anno contro la riduzione dell’Irpef perché preferivano ridurre il cuneo contributivo — va ricordato che ci sono gli incapienti e che comunque, sotto i 15 mila euro, si pagano mediamente appena 17 euro al mese. Se si dimezzasse per loro il cuneo fiscale, parleremmo di 8 euro al mese. Immagini le polemiche».

Capitolo pensioni e bonus
Oltre alle coperture, ci sarebbe poi da obiettare sul perché il risparmio pensionistico dei lavoratori dipendenti debba essere pagato da tutti i contribuenti. Nessuno escluso. Una contraddizione evidente rispetto al principio contributivo cui il nostro sistema previdenziale si sta faticosamente adattando, dalla riforma Dini del 1995 in poi. «È vero che se ci limitiamo a intervenire sull’Irpef — è l’opinione di Gianna Fracassi, segretario confederale Cgil — i redditi più bassi non hanno alcun vantaggio perché c’è un problema di incapienza fiscale. Ed è proprio per questo che noi chiediamo una forte, e soprattutto strutturale, decontribuzione e fiscalizzazione degli oneri sociali. La nostra previsione sul costo complessivo dell’intera operazione è di circa 10 miliardi. Nel dicembre scorso non abbiamo condiviso un intervento fiscale che di fatto era a danno dei redditi più bassi. E nel 2019 l’intervento sulle detrazioni fu, invece, importante per i redditi tra 24 e 30 mila euro perché eliminava alcune distorsioni del bonus Renzi e preludeva a una riforma fiscale progressiva che poi non si è realizzata. Nella nostra proposta vi è poi un capitolo per i pensionati che soffrono ugualmente la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione e per i quali si potrebbe pensare a un rafforzamento della quattordicesima. Ma c’è poi un altro pacchetto di sostegni, ugualmente importante: quello che va sotto il nome di social wage, del salario sociale. Oltre al bonus bollette, che si potrebbe estendere a chi è sotto i 20 mila euro all’anno di Isee, il rafforzamento del fondo affitti, gli interventi sulla mobilità collettiva, con abbonamenti scontati per lavoratori e studenti. In Germania ha funzionato».

Una storia di ricorrenti delusioni
E, aggiungiamo noi, il governo spagnolo ha annunciato che si potrà viaggiare gratis per tre mesi sui treni. Anche per realizzare un sensibile risparmio energetico. Comunque un aiuto tangibile a chi è più in difficoltà. Qui si tocca un nodo essenziale, forse decisivo per l’efficacia della manovra di difesa del potere d’acquisto. Le misure di social wage sono più importanti del netto in busta paga. Non è una provocazione. Perché la storia delle riduzioni del cuneo fiscale e contributivo è una storia di ricorrenti delusioni. Tutti i governi hanno agito, in misura diversa, con decontribuzioni sulle componenti del cuneo, in particolare a favore del Mezzogiorno. Il secondo governo Prodi si impegnò nel 2007, con la legge finanziaria dell’anno successivo, a ridurlo di 5 punti percentuali. Il 60 per cento del taglio andò a beneficio delle imprese sotto forma di diminuzione dell’Irap e a fronte dell’impegno ad assumere; il 40 per cento venne riservato invece ai dipendenti, grazie alla trasformazione delle deduzioni in detrazioni fiscali e maggiori assegni familiari. Il risultato scontentò tutti. L’amara realtà — e non parliamo solo del cuneo — è che misure dal rilevante impatto sui conti pubblici hanno un effetto microeconomico, a livello di famiglie e imprese, che non raramente appare ininfluente e incapace di mutare il tono delle loro aspettative.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna su