Giustizia

Dalle dichiarazioni d’accompagnamento traspare una conflittualità che lascia presagire poco di buono

Purtroppo anche questa «riforma della giustizia», primo capitolo di un più ampio disegno politicamente targato e rivendicato dal governo Meloni e dal suo Guardasigilli Carlo Nordio, è partita con il piede sbagliato. Non tanto e non solo per i contenuti, quanto per le dichiarazioni d’accompagnamento da cui traspare un clima di conflittualità e da resa dei conti che lascia presagire poco di buono.
Sostenere, come ha fatto il ministro della Giustizia, che al Parlamento spetta fare le leggi e ai magistrati rispettarle, è un’ovvietà che nessun giudice o pubblico ministero ha mai contestato. Ma aggiungere che i magistrati non possono criticarle così come i politici non possono criticare le sentenze sembra più che una forzatura; perché quasi non c’è sentenza su questioni di pubblico interesse che non abbia suscitato critiche (o entusiasmi, a seconda degli esiti) da parte dei politici, e perché non si capisce in base a quale logica i magistrati (al pari di avvocati, giuristi e ogni altro operatore del diritto) non possano dire la loro sulle norme che dovranno applicare.
Non a caso è prassi che il Parlamento proceda alle audizioni di togati e professori, prima di decidere. Togliere legittimità alle voci critiche, tacciandole di «interferenze», non pare un modo per confrontarsi, bensì per screditare una controparte. Vissuta come tale, anziché come un altro ramo delle istituzioni al servizio dei cittadini.
Semmai bisognerebbe far capire perché — come nel caso specifico — non una delle controindicazioni all’abrogazione dell’abuso d’ufficio sia stata presa in considerazione o considerata degna di replica, che non fosse quella di un reato inutile e dannoso poiché a fronte di migliaia di iscrizioni sul registro degli indagati le condanne si contano sulle dita di due o tre mani.
Un ragionamento a doppio taglio: se ne può infatti dedurre che è tutto da buttare, ma anche che i controlli di legalità funzionano. A costo, però, della paralisi burocratica, per la «paura della firma» che blocca la pubblica amministrazione e fa dire alla quasi totalità di sindaci e assessori (compresi quelli di sinistra, come Nordio ripete ad ogni occasione) che è giusto cancellare quel reato. Peraltro più volte riscritto e ridimensionato, l’ultima nemmeno tre anni fa. Tuttavia ci si potrebbe chiedere: da che deriva la «paura della firma»? Dal controllo giudiziario su ipotetiche violazioni che il più delle volte si rivelano inconsistenti, o da una cultura coltivata in questi decenni per cui basta una denuncia per finire non solo sotto inchiesta, ma anche sotto un immediato processo politico e mediatico, prima ancora del verdetto giudiziario?
Forse è a partire da questa domanda che ognuno potrebbe fare la sua parte. La politica recuperando la propria responsabilità e autonomia, magari decidendo di lasciare al suo posto (oppure no, a seconda dei casi, ma comunque non per la semplice esistenza di un’indagine) chi è sottoposto a procedimenti penali prima che arrivino a qualche conclusione. La magistratura ricorrendo alla «buona pratica» (peraltro ora codificata dalla recente riforma Cartabia) di precedere all’iscrizione di una persona sul registro degli indagati quando risultano «elementi a suo carico» e non solo a seguito di un banale esposto; magari «specifici elementi indizianti», come suggerisce il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo. Il mondo dell’informazione raccontando i fatti (e le notizie su indagini e processi) per quello che sono, e non per quello che una parte o l’altra vorrebbero farli apparire.
Potrebbe essere un modo per evitare iniziative drastiche o dichiarazioni roboanti, che inevitabilmente alimentano il sospetto di doppi o tripli fini. Anche perché siamo solo a un disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri, e l’iter parlamentare potrebbe suscitare ulteriori appetiti.
Discorso analogo per le intercettazioni. Il progetto del governo mette una stretta che lascia perplessi: si potrà pubblicare solo ciò che è trascritto nei provvedimenti del giudice, ma che succede — per dirne una — quando questi richiamano (come quasi sempre accade) le richieste del pubblico ministero che a loro volta attingono dalle informative di polizia giudiziaria? Come può non derivarne un’informazione mutilata, a partire dall’inquietante principio che un dato non più segreto e legittimamente acquisito non può essere reso pubblico?
Forse sarebbe meglio fare leva su un autocontrollo (in primo luogo degli operatori dell’informazione) che non sempre c’è stato, sebbene l’ultima riforma abbia ulteriormente limitato possibili violazioni della privacy. E sarebbe consigliabile, da parte di tutti, qualche revisione culturale, prima che normativa. Per sfuggire alla logica del conflitto permanente e al rischio di affievolire garanzie, oltre che presunti abusi. Perché come ha rilevato il procuratore generale di Cagliari Luigi Patronaggio, «essere garantisti significa garantire un giusto processo agli indagati, ma pure garantire i diritti a tutti quei cittadini che hanno subito un’offesa e un danno da un comportamento illecito». Sempre nel rispetto delle leggi, naturalmente. Anche quelle che cancellano i reati.

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