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Lo scontro tra il presidente del M5s Giuseppe Conte e il ministro degli esteri Luigi Di Maio ha raggiunto livelli di guardia

Lo scontro tra il presidente del M5s Giuseppe Conte e il ministro degli esteri Luigi Di Maio, nato nei giorni della trattativa sul Quirinale con il primo schierato contro la candidatura del premier Mario Draghi e il secondo tra i più attivi nel promuoverla, ha raggiunto livelli di guardia.
È stato per primo il ministro, una volta portata a casa la rielezione di Sergio Mattarella, a parlare di una «necessaria verifica sulla leadership e sulla linea». Durissima la reazione di Conte, che ancora ieri in un’intervista al quotidiano di riferimento Il Fatto Quotidiano allontanava i venti di scissione e avvertiva l’antagonista: «Riferirà del suo comportamento non a Conte, ma agli iscritti». Per tutta risposta il giovane titolare della Farnesina ha reagito cominciando a schierare le truppe.

Le mosse di Di Maio
Per prima cosa, lui che è stato accusato di aver silurato la candidatura della direttrice del Dis Elisabetta Belloni tentata da Conte in asse con la Lega nella notte quirinalizia dei lunghi coltelli che ha preceduto la schiarita di sabato sul Mattarella bis, ha incontrato proprio il capo dei servizi segreti, postando una foto del pranzo: «Con il ministro Di Maio c’è un’amicizia sempre più solida. Di Maio è sempre leale», sono le parole di Belloni riportate dal ministro.
Poi ha incontrato e sentito le ex sindache di Torino Chiara Appendino e di Roma Virginia Raggi. Entrambe molto amate dalla base, Raggi in particolare ha da sempre un buon rapporto con Di Maio e siede con lui nel Comitato di Garanzia del movimento. Nessun incontro invece con Roberto Fico, il terzo membro del Comitato che ha il potere – purché all’unanimità – di sfiduciare il presidente (mentre il presidente può a sua volta sfiduciare il Comitato o uno dei suoi membri solo con l’assenso del Garante Beppe Grillo).
Fico presiede ancora le Camere riunite in vista del giuramento di Mattarella e si tiene a distanza, almeno per ora, dalla diatriba. Ma che cosa c’è dietro la fuga in avanti del confronto interno?

L’ombra della scissione
Draghi e il governo sono al centro, con i dimaiani che accusano Conte di voler uscire dalla maggioranza per riacquistare l’autonomia del movimento e ricucire con il fuoriuscito Alessandro Di Battista. Eventualità che non appare vicina e che porterebbe naturalmente alla scissione dei gruppi.
Ma la scissione aleggia in ogni caso, con Di Maio pronto a ridiscutere la linea politica e avere più peso nelle scelte per portare il M5s più sull’asse governativo di sostegno leale a Draghi. E c’è anche chi, come il deputato di Coraggio Italia Emilio Carelli, lo aspetta al “centro”: «Non nascondo che se un domani ci fosse una scissione nel M5s, noi saremmo disponibili ad accogliere una componente dimaiana nel polo di centro».

Il ruolo del fondatore
Sullo sfondo resta al momento il fondatore Grillo, che avrebbe già chiamato diversi interlocutori per esprimere la sua insoddisfazione per le frizioni di questi giorni. E sullo sfondo resta anche la decisione che dovrà prendere nelle prossime ore il Tribunale di Napoli, che esaminerà da oggi il reclamo presentato a suo tempo da alcuni attivisti del M5s per ottenere la sospensione dell’efficacia delle modifiche statutarie e della stessa elezione di Conte alla carica di presidente nell’agosto scorso.
Una concomitanza che potrebbe spiegare anche la tempistica dell’attacco alla leadership di Conte decisa da Di Maio. Se il Tribunale dovesse accogliere il ricorso gli stessi organi statutari sarebbero sospesi in attesa di una nuova votazione.
«La decisione dovrebbe essere adottata presumibilmente nel giro di due settimane», ha detto uno dei legali, Lorenzo Borrè. La pendenza potrebbe insomma congelare lo scontro interno mentre i pontieri sono e saranno all’opera per una composizione.

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