bonaccini

Il sindaco di Firenze potrebbe sfidare il governatore. La sinistra punta su Sarracino. Letta: il congresso non deve essere un X Factor né rinviare alle calende greche

Il Pd si fa in tre. Due partiti in uno non bastavano, evidentemente. Ma di tutto ciò nulla si è visto nella direzione di ieri. Anche perché alcuni dei protagonisti della partita che si sta giocando tra i dem hanno tenuto le carte coperte.
Stefano Bonaccini non ha parlato, poco dopo le due del pomeriggio era già in treno per Bologna. Tutti attendevano il suo intervento. Che era pronto, ma poi il «governatore» ha preferito soprassedere e tornare in Emilia-Romagna per inaugurare un cineporto e ha affidato a una dichiarazione abbastanza secca la sua opinione: «Analizzare le ragioni della sconfitta è essenziale, ma con lo sguardo rivolto al presente e al futuro, perché è su questo che saremo misurati. Un congresso per discutere con le persone nella società, non nel chiuso di una stanza».
Non ha parlato Lorenzo Guerini, il leader di Base riformista. Ha taciuto Dario Franceschini, a cui qualcuno attribuisce la voglia di fare il vicepresidente del Senato che in realtà lui non ha. La riunione del parlamentino dem viene descritta da Marina Sereni parafrasando la famosa frase di Groucho Marx («Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me»): «A sentire gli interventi in direzione non vorrei mai partecipare al nostro congresso costituente».
Tre partiti in uno, si diceva. Il primo è quello che vorrebbe Bonaccini alla guida del Pd: Guerini e Matteo Orfini, per sintetizzare. Ma non solo loro. C’è un pezzo importante degli amministratori locali dem.
Quindi c’è la sinistra di Bettini e Orlando. Vorrebbero mandare più in là il congresso perché non hanno ancora un candidato, ma ci stanno ragionando sopra perché Letta lavora per convocare le primarie a marzo. E da due giorni in qua forse lo hanno trovato. Un giovane: il segretario del Pd napoletano Marco Sarracino, che ha lavorato per far vincere le elezioni al sindaco Gaetano Manfredi, a braccetto con il Movimento 5 Stelle.
Quindi c’è la «new entry», il terzo partito del Pd, il «centro» composto dai lettiani e dagli ex zingarettiani a cui alla fine potrebbero aderire anche le truppe di Dario Franceschini. Loro un candidato ce l’hanno e ieri ha parlato in direzione rilanciando le ragioni del Pd delle origini, quello del 2007 di Veltroni: Dario Nardella. Sarebbe un avversario insidioso per Bonaccini, perché anche il sindaco di Firenze ha dalla sua una parte degli amministratori locali. Il primo di loro a dirsi interessato all’ipotesi Nardella è stato, giorni fa, Beppe Sala.
Nel suo intervento, ovviamente, Nardella non ha scoperto le carte (del resto, non lo ha fatto nessuno ieri) ma ha sferrato un attacco alle «autocandidature» e tutti hanno interpretato quelle parole come un guanto di sfida al «governatore», che però non ha fatto una piega perché sembra volersi tenere lontano da Roma e dalla sua politica.
Il «grande centro», come è stato ribattezzato questo pezzo del Pd, fa affidamento sul fatto che alla fine Base riformista potrebbe convergere sulla candidatura di Nardella. Finora gli ex renziani continuano a dire di no, anche perché imputano pure al sindaco di Firenze l’esclusione dalle liste pd di Luca Lotti.
Ma non c’è solo la poltronissima della segreteria. Ci sono altri posti chiave su cui il Pd deve trovare ben prima un accordo. Le vicepresidenze di Camera e Senato. La prima potrebbe andare ad Andrea Orlando o a Debora Serracchiani. E poi ci sono le presidenze dei gruppi. A Palazzo Madama dovrebbe essere riconfermata Simona Malpezzi. Alla Camera Serracchiani, se non dovesse diventare vicepresidente. Altrimenti Marianna Madia o Simona Bonafè.

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