Nonostante sembri un sistema misto il sistema elettorale in realtà risponde ad una logica maggioritaria imponendo alleanze tra partiti profondamente diversi al solo fine di vincere le elezioni, ma rendendo poi impossibile trasformarle in coese ed efficaci coalizioni di governo

La decisione di 5 Stelle, Forza Italia e Lega di far cadere il governo Draghi sta portando gli italiani a votare non solo nel pieno di una guerra in Europa e di una crisi energetica e conseguente inflazione che possono precipitare l’economia in recessione e mettere a rischio la pace sociale, ma anche con una pessima legge elettorale i cui effetti negativi non si esauriranno col voto. Il Rosatellum prevede infatti un sistema «ibrido» in cui il 37% dei seggi è attribuito in collegi uninominali maggioritari, e il 63% con metodo proporzionale e liste bloccate, causa non ultima queste del crescente astensionismo. Poiché nei collegi uninominali si vince anche per un solo voto, ancorché sembri un sistema misto il Rosatellum in realtà risponde ad una logica maggioritaria imponendo alleanze tra partiti profondamente diversi al solo fine di vincere le elezioni, ma rendendo poi impossibile trasformare tali alleanze in coese ed efficaci coalizioni di governo. La lamentata debolezza dei nostri Esecutivi non discende dunque dalla nostra forma di governo parlamentare, ma da leggi elettorali errate che hanno destrutturato il nostro sistema dei partiti alimentando la frammentazione e la volatilità elettorale.
In questo contesto, il Rosatellum aggiunge l’ulteriore difetto di distorcere in maniera abnorme la volontà degli elettori. I più attenti studiosi attribuiscono infatti ai partiti del centrodestra una cifra sostanzialmente analoga a quella attribuita ai partiti dell’area di centrosinistra. Con una legge elettorale proporzionale è facile prevedere che il risultato elettorale e la magnitudine dei problemi da affrontare avrebbe probabilmente prodotto un governo di unità nazionale in continuità con le politiche del governo Draghi, anche se non necessariamente guidato da un tecnico.
Come ha mostrato l’esperienza nell’immediato dopoguerra dei governi del CLN guidati da De Gasperi, e negli anni ’70 dei governi della «solidarietà nazionale», in situazioni di emergenza per fronteggiare gravi problemi di tenuta economica e sociale del paese è necessario che i governi abbiano una larga base di consenso e che i leaders politici adottino una visione di «democrazia consensuale» anziché esasperare la loro competizione. Con il Rosatellum invece, causa anche gli errori del centrosinistra che si presenta diviso all’appuntamento con il maggioritario, il centrodestra pur non avendo alcun sostanziale vantaggio nei voti complessivi potrebbe ottenere fino all’85-90% dei collegi maggioritari, portando così il suo complessivo risultato in seggi al 15-20% in più dei voti che avrebbe ottenuto con leggi proporzionali.
Il nostro sistema istituzionale non è stato però adottato per operare con un sistema maggioritario. Il Parlamento elegge le nostre istituzioni di garanzia a maggioranza assoluta dei voti per la Presidenza della Repubblica e con il 60% per quanto concerne i Giudici Costituzionali di nomina parlamentare, di cui quattro su cinque nella prossima legislatura, cui si aggiungono i dieci membri del CSM. Non si dimentichi infine che con il 65% dei seggi la maggioranza parlamentare può modificare la Costituzione senza essere obbligata a sottoporre le modifiche ad un referendum popolare, che – come accadde nel 2006 e 2016 per le riforme Berlusconi e Renzi – può bocciare le modifiche proposte.
Le dichiarazioni con cui il centrodestra ha annunciato la volontà di introdurre il presidenzialismo in luogo della forma di governo parlamentare scelta dalla Costituente mostra l’ulteriore effetto negativo che può conseguire da una legge elettorale in contrasto con la logica complessiva del sistema istituzionale. Il presidenzialismo – come ogni forma di governo a termine che per cinque anni non possa essere sfiduciato anche se oramai privo del favore popolare – si adatta a sistemi non polarizzati, ove le differenze tra maggioranza e opposizione non vertono su questioni fondamentali come l’assetto stesso del sistema istituzionale, la politica estera, la giustizia, la difesa, il sistema fiscale, o su temi come la sanità, la previdenza, l’istruzione o la ricerca che richiedono politiche di lungo termine. Non è questo il caso dell’Italia, ove lo scontro politico verte proprio sui temi che in altri paesi costituiscono il fondamento della stabilità del sistema politico. Quando un sistema è diviso su questioni fondamentali, maggioritario e presidenzialismo non sono una giusta ricetta istituzionale e lungi dall’unire e dare stabilità agiscono come potenti fattori di ulteriore conflitto politico e sociale.
Quanti hanno a cuore i pesi e contrappesi della liberaldemocrazia sono avvertiti: in queste elezioni sono in giuoco non solo le alleanze internazionali ed europee dell’Italia, e l’equilibrio dei nostri conti pubblici e conseguentemente delle nostre imprese e famiglie, ma anche la tenuta della nostra democrazia rappresentativa. Non siamo a Weimar, ma non siamo nemmeno nella condizione di ignorare che queste elezioni pongono una seria sfida circa la tenuta delle nostre istituzioni.

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