Nelle valutazioni pesano guerra, Pnrr, inflazione, pandemia e impegni con Usa e Ue

Notte fonda di mercoledì, a due passi dal Senato. Quaranta parlamentari grillini ascoltano Giuseppe Conte. Come un acrobata bendato, cerca un equilibrio che non c’è. “Se arrivano segnali, potremmo votare la fiducia anche al Senato”. Sa bene che l’Aventino a Palazzo Madama potrebbe innescare una catena di reazioni, fino alla crisi. Il vino e il caldo accendono i falchi. “Però dobbiamo rompere lo stesso, Presidente!”. L’avvocato rilancia: “Decideremo se restare a fine luglio, una volta che Draghi risponderà alle nostre richieste”. Sarebbe difficile a quel punto convocare elezioni anticipate in autunno. Per votare a inizio ottobre – e ridurre il rischio di esercizio provvisorio – bisognerebbe infatti sciogliere le Camere entro il 3 agosto.
Ma è proprio questo scenario il tormento del premier: restare prigioniero a Palazzo Chigi mentre la maggioranza si disgrega, pezzo dopo pezzo. Salvini potrebbe seguire infatti Conte: a quel punto i populisti tornerebbero all’opposizione. Ma con il voto che si allontana Draghi potrebbe trovarsi a essere richiamato a capo di un esecutivo senza più unità nazionale fino alla prossima primavera. Non è un finale che intende accettare, l’ha promesso in diretta tv: questo è l’ultimo governo che guiderò nella legislatura.

Il piano inclinato
Eppure, il piano sembra inclinato. Basta parlare con i grillini a Montecitorio. Lo si comprende anche interpretando in controluce i ragionamenti di Conte. L’avvocato non esclude lo strappo a fine luglio, ma in realtà ha in mente settembre. Allora sì che davvero evaporerebbe lo spettro di un voto anticipato. Potrebbe rompere su un tema sociale, come ha confidato di meditare ai compagni che lo circondano, oppure sul rifinanziamento del superbonus. In questo modo schiverebbe lo stigma del Papeete, quel timore di passare per irresponsabile, lui che a Palazzo Chigi ha trascorso trenta mesi.
È proprio qui che si innescano i dubbi di Draghi. Il premier concederà molto sul fronte sociale, ma ha presente che quello sul decreto Aiuti è soltanto il primo, potenziale sgambetto studiato dai 5S per i prossimi mesi. I grillini potrebbero rilanciare contro il quarto decreto armi, che non a caso non sarà pubblicato prima di una settimana, per non accendere gli animi. E poi c’è Salvini, che minaccia sfraceli sulla depenalizzazione della cannabis. Quanto si può sostenere uno scenario del genere? Non certo fino a marzo.

Resto se posso fare le cose
Draghi l’ha detto e lo ripeterà spesso: resto se posso fare le cose. Non sarò il premier di un esecutivo che non preveda l’unità nazionale. Questo è davvero ciò che pensa, ciò che intende fare. Consapevole che le sfide d’autunno – dalla guerra all’inflazione, passando per la pandemia e il Pnrr – richiedono massima unità d’intenti. Eppure, conosce a perfezione anche la rete di protezione che si attiverebbe per evitare al Paese salti nel buio o accelerazioni elettorali. L’ex banchiere è tenuto in considerazione dall’amministrazione di Washington ed è considerato garante di stabilità ai vertici delle istituzioni europee. È uno scudo sui mercati, soprattutto ora che si avvicina la consueta volatilità d’agosto. Senza dimenticare l’incertezza determinata dalla guerra e dal timore di uno shock energetico, che Putin potrebbe determinare in qualsiasi momento chiudendo i rubinetti del gas. Anche Enrico Letta, ieri sera, non ha escluso un nuovo governo: “Se i 5s dovessero uscire ci porremmo il problema se fare un Draghi bis”. E anche il Quirinale lo sosterrebbe.

Un altro governo con Draghi
Un altro governo con Draghi è il desiderio segreto dei cinquestelle, che potrebbero così disimpegnarsi senza accollarsi la responsabilità dello strappo. A quel punto si aprirebbero molti scenari. Il più probabile è che Mattarella inviterebbe comunque l’ex banchiere a vedere se coagula un’altra maggioranza: i numeri ci sono. È sempre stata la bussola del Capo dello Stato: verificare questa possibilità, Costituzione alla mano, direttamente in Parlamento. Fu così anche nel gennaio 2021, con Conte agli sgoccioli. Solo quando era chiaro che il 5S non aveva più la fiducia delle Camere, il Capo dello Stato convocò Draghi al Quirinale. “Il Parlamento è il luogo dove si esprime la volontà espressa democraticamente dal popolo”, ha ricordato ieri il Presidente all’assemblea nazionale dello Zambia, a Lusaka. Quindi Mattarella convincerà Draghi a rimanere comunque? È una valutazione che verrà fatta insieme, è l’umore che circola al Colle.

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