Fonte: La Stampa

di Paolo Russo

Sfiorata la rottura. Bonaccini chiede risorse anche per l’emergenza Covid: «Due miliardi o rompiamo i rapporti»

Sulla scuola governo e Regioni prima rischiano la rottura, poi raggiungono l’accordo. Il piano finale per la riapertura arriverà oggi, dopo le ultime limature, ma dal 14 settembre le lezioni si torneranno a fare in presenza, senza mascherina e con una didattica modulare, sul modello danese. Con una parte della classe in aula e l’altra metà a seguire il progetto di studio in laboratorio. O magari in un museo. Un modo moderno di fare scuola che non dispiace nemmeno alle regioni, che però hanno chiesto e ottenuto due cose, senza le quali il piano della ministra Lucia Azzolina sarebbe rimasto «irricevibile», come aveva detto prima della Conferenza Stato-Regioni il presidente dei governatori, l’emiliano Stefano Bonaccini. Che inaugura la giornata chiedendo al governo 2 miliardi: «Servono per compensare le minori entrate regionali causate dall’emergenza Covid. O ce li danno o rompiamo i rapporti istituzionali». E soldi li chiede anche per potenziare gli organici, perché il metodo “danese” richiede la presenza contemporanea di più docenti, necessari anche per estendere le lezioni al sabato. Messaggio che in serata la titolare dell’Istruzione ha girato al Cdm, ottenendo da Conte la promessa di un miliardo, metà da stanziare nel decreto rilancio, l’altra metà a luglio, con lo scostamento di bilancio. Soldi che consentirebbero l’assunzione di oltre 20mila insegnanti delle scuole materne ed elementari.
L’altra richiesta regionale è quella che raccoglie la protesta dei presidi, poco propensi ad accollarsi sulle proprie spalle il doppio compito di riorganizzare per moduli la didattica e di sottoscrivere con privati e terzo settore quei «piani educativi di comunità», che sfruttando spazi esterni come biblioteche, cinema, teatri, musei e parchi, dovrebbero integrare la didattica tradizionale. Alla fine si è deciso di far supportare i presidi dalle Conferenze dei servizi, dove siedono enti locali e rappresentanti della scuola. Fermo restando, hanno chiesto e ottenuto le Regioni, che quello dei volontari del terzo settore sarà solo un lavoro di supporto agli insegnanti, mai alternativo alle loro lezioni.
Altro nodo che si avvia ad essere sciolto è quello del trasporto pubblico. «Se a scuola si va ad orari scaglionati allora è necessario venire incontro alle famiglie potenziando i servizi di scuolabus», è il ragionamento fatto non solo dai governatori ma anche da sindaci e province. Qualche soldo in più dovrebbe andare ad arricchire il fondo per il trasporto pubblico locale. Ma il problema verrà risolto limitando gli scaglionamenti in ingresso alla fascia oraria 7,30-9, facendo sì che ogni Comune adotti un unico sistema orario e aumentando le via di accesso e di uscita nelle scuole.
Ci si sposterà un po’ qui un po’ là ma come richiesto dalle Regioni, ma alla fine le lezioni a settembre si faranno soltanto in presenza. Quelle a distanza verranno ripristinate solo nella malaugurata ipotesi dovessero risalire i contagi.
Stesso discorso per le mascherine. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, voleva lasciare l’obbligo salvo poi rivedere a fine agosto se fosse possibile cancellarlo. «Non possiamo far stare cinque ore i ragazzi dietro i banchi con la mascherina tirata su», hanno replicato Bonaccini & Co. Che nel testo finale dovrebbero ottenere l’inversione dei termini, con l’obbligo cancellato da subito, salvo ripristinarlo prima della campanella, se necessario.

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