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La sfida in Brasile: due titani, a modo loro. Per la terza volta trionfa il «vecchio» che a 77 anni sa unire ancora i suoi sostenitori

Vecchio, diranno che sei vecchio. Invece, Lula è tornato. La Fenice che risorge dalle ceneri, l’eterno camaleonte capace di cambiare «per il bene del popolo». A 77 anni, con una nuova giovane moglie e «l’energia di un trentenne», si riprende la presidenza. L’unico in grado di riunire dietro di sé un’alleanza abbastanza forte per sconfiggere il bolsonarismo, ancor più che Bolsonaro. Anche se la strada per riuscirci è ancora lunga.
Lula ha vinto ma non ha trionfato. Dovrà gestire un Brasile lacerato e diviso, dove in famiglia, nei bar e o fra amici si è smesso da tempo di parlare di politica per non litigare. Dovrà affronterà uno scenario economico complesso e carico di incertezze, molto diverso dagli anni d’oro del suo primo mandato, con l’inflazione che può tornare a correre veloce e un’economia che rallenta la crescita. E Bolsonaro non scompare: resta il leader di un’opposizione fortissima al Congresso.
Lula è pronto a combattere. Tre decisioni hanno cambiato il corso della sua vita. La prima la prese sua madre, una contadina semi-analfabeta dell’entroterra del Pernambuco, quando lui aveva sette anni. Dona Lindù si mise in viaggio con i suoi otto figli da Garanhuns fino a Santos, 2.500 km per raggiungere il marito, che nella cittadina portuale dello Stato di San Paolo si era fatto un’altra famiglia. Il presidente ricorda spesso la madre, maestra di resilienza. «Quando non c’era nemmeno un tozzo di pane da mangiare, diceva: “Domani andrà meglio”. Il suo consiglio mi ha accompagnato sempre: “Sii testardo, figlio mio”».
Nella regione più ricca del Paese, Lula viene assunto in una fabbrica metallurgica. E qui prende la seconda decisione importante: entra nel sindacato mentre il Brasile vive sotto una dittatura militare. A fine anni ’70 guida i grandi scioperi nel Sudest e finisce in carcere 31 giorni. In quella cella, costruisce il futuro del Partito dei lavoratori.
Dopo tre tentativi falliti è eletto presidente nel 2002 e nel 2006. Quando lascia il Palazzo di Planalto, quattro anni dopo, alla «delfina» Dilma Rousseff è il presidente con il più alto indice di gradimento della storia in Brasile: oltre l’80% in un Paese che naviga col vento in poppa, grazie a export da record delle sue risorse primarie. Per la sinistra mondiale, il leader venuto dalle terre aride e miserabili del sertão, che combatte contro le ineguaglianze e la povertà, è addirittura meglio di Castro, perché a differenza dell’”amico cubano”, è stato eletto democraticamente. Piace ai «compagni» italiani Bertinotti e D’Alema ma anche agli imprenditori che con il Brasile fanno più affari che mai. Piace alla Chiesa che gli perdona il «cattolicesimo alla mia maniera» e al jet-set che si contende l’ex arringatore di operai trasformato in tribuno raffinato. L’unico che conquista Hugo Chávez e Berlusconi.
Durerà poco. Arrivano la recessione, l’impeachment di Dilma, l’enorme scandalo Lava Jato. Lula è indagato e condannato per i reati di corruzione passiva e riciclaggio. Il 7 aprile 2018 prende la terza decisione chiave: asserragliato nella sede del sindacato metallurgico, rifiuta di chiedere asilo politico presso un’ambasciata straniera e si consegna alla polizia federale. Resta in carcere per 580 giorni. Nel marzo 2021, la «fine del mio incubo»: il Tribunale supremo federale annulla per vizi tecnici le condanne. Tutti i reati di cui era accusato sono ormai finiti in prescrizione.
Oggi promette un «Brasile migliore», con investimenti nella sanità, nell’educazione, nell’ambiente. Le alleanze che ha dovuto stringere per battere Bolsonaro lo hanno spinto sempre più verso il centro. E in un Congresso dove non ha la maggioranza sarà costretto a continue mediazioni politiche, di cui peraltro è maestro.

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