draghi mario
Non si può manco citare il «marziano a Roma» di Ennio Flaiano, per dire di come il Palazzo l’ha incitato, acclamato, arruolato, poi l’ha rapidamente consumato e ora si augura che sia presto dimenticato. Non si può perché il presunto «marziano», e cioè Mario Draghi, è invece romano come pochi, studi al liceo Massimo con Giancarlo Magalli e alla Sapienza con Federico Caffè. E di fede romanista, sbandierata perfino di fronte al deputato di Fratelli d’Italia Lollobrigida, che una volta ebbe l’ardire di dichiararglisi laziale. Più che Flaiano, dunque, calzerebbe il «nemo propheta in patria» che il Nazareno pronunciò a Nazaret, di fronte al trattamento riservatogli dai suoi concittadini; ma non vorremmo essere accusati un domani di averlo paragonato perfino a Gesù, per quanto in croce i Farisei l’abbiano messo.
Una cosa è certa: anche Draghi, l’italiano più illustre che avevamo, e che speriamo di avere ancora e presto, al servizio del suo Paese, ha pagato la legge implacabile dei governi di unità nazionale. Il suo è durato un anno, 5 mesi, 7 giorni. Cinque giorni meno di quello di Monti. Cinque mesi più del governo Andreotti, nato il giorno del sequestro Moro. Sette mesi in più del governo Letta del 2013. Ma, insomma, più o meno sempre lì siamo: si vede che in Italia i partiti non riescono a tener fede alle loro intese «larghe» o «larghissime» per più di un anno, un anno e mezzo al massimo. Poi un irresistibile «cupio dissolvi» li prende, e travolge anche i migliori.
«Governo dei migliori» era stato infatti chiamato il suo, quello di Draghi: un po’ per davvero e un po’ per sfotterlo. Se è per questo gli hanno pure detto che è un neoliberista, a lui che da banchiere centrale a Francoforte ha stampato euro a fiumi e da primo ministro a Roma è arrivato con il programma di fare «debito buono».
Ma c’era poco da sfottere quando questo governo nacque, nel febbraio dello scorso anno, e l’Italia del duo Conte-Arcuri era alle prese con la primula delle vaccinazioni che non spuntava, e ci volle un generale degli alpini, arruolato in fretta e furia dal nuovo premier, per immunizzare il Paese. Perché perfino nella concitazione di oggi, tra scambi d’accuse e tradimenti reciproci, è difficile dimenticare per tutti coloro che hanno sostenuto il governo Draghi in Parlamento e fuori, che almeno tre meriti storici gli si devono riconoscere: l’uscita dal tunnel più buio della pandemia e del Pil, la riconquista di un prestigio internazionale per l’Italia e di un ruolo di leadership in Europa, la fermezza di una linea euro-atlantica di fronte all’invasione russa dell’Ucraina, che in un paese percorso da torrenti carsici di antiamericanismo e di filoputinismo è già di per sè un mezzo miracolo. I partiti se ne potrebbero vantare, e invece sembrano volerlo dimenticare.
E forse la maledizione dei governi di unità nazionale, e anzi della politica italiana tout court, sta proprio in questo: nella difficoltà-impossibilità a pensare in termini di Stato. Perfino nel mezzo di questa tempesta perfetta per l’Europa, con guerra, inflazione, stagnazione, e ripresa della pandemia, la crisi di governo in Italia si è consumata sull’inceneritore dell’immondizia di Roma, sui tassisti e sulle concessioni balneari: questioni certamente di grande rilevanza, ma non questioni di Stato, per dir così.
Si dice: c’è stato un rigetto della politica verso il «non politico». Certo che c’è stato. S’era già visto all’opera nella partita per il Quirinale, forse le vere e proprie Termopili del governo Draghi, quando un percorso che sembrava in fin dei conti quasi naturale, il passaggio del grande tecnico, ex banchiere centrale europeo e star internazionale, da Palazzo Chigi al Colle, fu prima rallentato, poi sabotato, e infine affossato da una strana alleanza di leader e correnti, di solito l’un contro gli altri armati, ma nella fattispecie uniti per impedire a un «estraneo» di diventare per sette anni colui che avrebbe dato le carte nelle crisi di governo e nelle grandi scelte internazionali. Quella fu proprio una classica reazione di «casta», se si può rispolverare un termine che fu un tempo abusato dai populisti, e poi perfettamente assimilato nelle loro pratiche parlamentari. E nessuno può avere dubbi sul fatto che il «gran rifiuto» per il Quirinale abbia influito non poco sulla psicologia dell’uomo Mario Draghi. Rendendolo se è possibile anche meno «politico» di prima, una volta compreso che i «politici» di professione lo consideravano un outsider cui far fare un giro, per togliere loro le castagne dal fuoco e poi consegnarlo all’oblio.
«Non politico» dunque Draghi lo è stato. Anche ieri in Parlamento, in una giornata convulsa come quelle dell’elezione al Quirinale e calda come quelle del Papeete. E lo era stato anche cinque giorni prima, quando si era dimesso dopo lo scarto di Conte, rifiutatosi di votargli la fiducia sul «decreto aiuti». Un politico che avrebbe fatto? Avrebbe esposto il suo nemico al logoramento, gli avrebbe lasciato l’onere di rivelare il caos interno ai Cinquestelle. Soprattutto, giammai si sarebbe dimesso: Coccoina è l’insegna sullo scudo del politico di razza, come sa pure Grillo. Nè si sarebbe costruito da sè una gabbia di condizioni, dicendo che senza i Cinquestelle, o quel che ne restava, non avrebbe continuato. Invece, alla fine, Draghi ha fatto un gesto non «politico» ma «istituzionale»: è andato a dimettersi al Quirinale perché, come ha spiegato ieri, ignorare il mancato voto di fiducia di una componente fondamentale del governo sarebbe equivalso a ignorare il Parlamento.
Non ci vogliamo qui iscrivere all’antico derby per decidere se a governare siano meglio i politici o i non politici. A ciascuno il suo. Però quello stile «whatever it takes», quel modo di fare per cui bisogna fare le cose che ci sono da fare, quell’umorismo sferzante un po’ romanesco e un po’ anglosassone, l’auto-denigrazione ironica del banchiere centrale il cui cuore è perfetto per un trapianto perché non è stato mai usato, ha rappresentato qualcosa in questi diciassette mesi anche nel Paese. Non si spiegherebbe altrimenti la mezza rivolta che c’è stata nelle associazioni, tra gli imprenditori, le categorie, i sindaci, perfino nel mondo dello sport, per tenere Draghi a Palazzo Chigi. C’è una parte di noi italiani che ci vorrebbe più maturi, più fattivi, meno logorroici e arruffoni, una parte di noi italiani che si esalta non solo quando vinciamo la medaglia d’oro alle Olimpiadi, ma pure quando facciamo il balzo record del Pil in Europa, o finiamo in testa alle graduatorie delle vaccinazioni nel continente. Una parte di noi che dà importanza alla dimensione internazionale, per la quale Draghi ha rappresentato la speranza di una nuova stagione, di successi per una volta, che ci possano rendere «orgogliosi di essere italiani». E poi, dentro ognuno di noi, c’è un’altra parte che pensa solo in termini di relazioni italo-italiane, un po’ più provinciale, faziosa come ai tempi dei Comuni e dei campanili, pronta a bisticciare su qualsiasi cosa, e a mettere l’interesse immediato e personale davanti a quello di lungo termine e generale. E a questa parte di noi italiani – diciamolo – Draghi è piaciuto molto di meno. E i partiti che l’hanno affossato è ai voti di questa parte, non pochi, che hanno pensato, mentre affondavano il colpo. D’altronde per leader autoproclamatisi “populisti” come Salvini e Conte non ci poteva essere insulto peggiore dell’appello al popolo con cui Draghi ha concluso, quasi a mo’ di sfida, il suo discorso di ieri: «Io sono qui solo perché me l’hanno chiesto gli italiani». Il popolo, si sa, è cosa loro: e chi si crede di essere questo banchiere che lo evoca per sè?
E poi c’è una parte fuori di noi, una parte straniera, che in tempi di guerra sta facendo tutto il necessario per sabotare dietro le linee il nemico, e magari anche gli alleati del nemico, e dopo la caduta di Boris Johnson può festeggiare stasera anche quella di Mario Draghi, l’uomo che per primo aveva chiesto l’Ucraina in Europa, ottenendolo, e che per primo aveva posto il problema di sbloccare il grano ucraino, ottenendolo. Solo il tempo ci dirà se e quanto la Russian Connection ha giocato un ruolo nell’improvviso precipitare delle vicende politiche in queste settimane.
A questo punto la domanda è: che cosa rimarrà di Draghi? La «legacy», per dirla come l’ha scritta su queste colonne il senatore Monti, l’eredità del suo governo e del suo stile di governo, è destinata a sopravvivere al suo governo? Avrà una epifania elettorale? Ci sarà un partito di Draghi senza Draghi o un’area Draghi o un’agenda Draghi su cui mettere una croce nelle urne quando si voterà?
Se è vero quello che abbiamo detto, e cioè che una corrente di opinione riformista, moderata, liberale e soprattutto occidentale, si è riconosciuta in questo anno e mezzo nel tentativo Draghi, vuol dire che un’«anima vagula blandula», una «piccola anima delicata» continuerà a respirare nella politica italiana. Magari sarà il collante o il nume tutelare o anche solo il pretesto per mettere in piedi un rassemblement di tutti quelli che volevano tenersi questo governo, più scissionisti di tutti i partiti che hanno mollato il governo. Ma – diciamoci la verità – una cosa è l’agenda Draghi e un’altra era il governo Draghi. Le riforme non si predicano, si fanno. Oppure non si fanno, se ne perde la speranza, e vengono abbandonate. I cittadini del resto dimenticano presto. Pure Churchill fu sconfitto alle elezioni subito dopo aver sconfitto Hitler. Non si può escludere una reazione, un colpo di frusta, una torsione all’indietro del Paese. Succede quando i sogni si infrangono e le speranze vengono deluse. Ognuno per sé e Dio per tutti può essere la linea di marcia che farà seguito al governo Draghi, l’opposto dell’unità nazionale. E speriamo di no. Perché questo renderebbe il trauma di oggi molto più grave, più gravido di conseguenze, di quello che già non appare.

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