Molti banchieri centrali dell’Europa centrale e del Nord vorrebbero continuare la stretta monetaria. Altri, soprattutto dell’Europa del Sud, vorrebbero che la banca centrale si fermasse per vedere e capire cosa sta accadendo, Ma ieri la Bce non si è lasciata bloccare dai tremori delle banche

Se la democrazia è la peggiore forma di governo eccetto tutte le altre, come diceva Winston Churchill, allora la Banca centrale europea è profondamente democratica. Non solo perché decide a maggioranza e chi è in minoranza — ieri tre o quattro contrari al sesto aumento consecutivo dei tassi — semplicemente accetta. Lo è anche perché ha sviluppato un suo modo di lavorare che ne garantisce l’equilibrio anche quando prende dei rischi. Lo è anche quando le minacce all’esterno e i conflitti al suo interno non sono risolti: sono solo rimandati a quando, si spera, la turbolenza sui mercati si sarà diradata.
Ieri la Bce non si è lasciata fermare dai tremori delle banche. Negli ultimi giorni i dissesti in serie da Silicon Valley Bank in California a Credit Suisse a Zurigo hanno spazzato via dal settore del credito 120 miliardi di euro di valore di Borsa in Europa e 229 miliardi di dollari negli Stati Uniti. La Bce ha comunque alzato i tassi dello 0,5%, come aveva promesso di fare tre mesi fa scommettendo (con troppa sicurezza di sé) sulla sua capacità di leggere il futuro. Probabile che senza quell’impegno la Banca centrale ieri si sarebbe mossa con più cautela. A maggior ragione dopo aver spiegato essa stessa ai ministri finanziari che alcune banche europee potrebbero essere vulnerabili in questa fase di contagio. Ma anche se prosegue così l’aumento del costo del denaro più rapido della storia dell’euro, Francoforte non è un’eccezione. L’area euro continua ad avere un costo del denaro fra i più bassi dell’Occidente, pur essendo lontana dall’avere l’inflazione più bassa.
Che i banchieri centrali abbiano deciso di andare avanti, conoscendo i segreti dei bilanci meglio di chiunque altro, significa che non vedono rischi di crac bancari nell’area euro. In realtà ne erano convinti anche nel 2008 e nel 2011, quando la Bce alzò i tassi più volte subito prima dei passaggi più drammatici della crisi finanziaria. Ma stavolta la storia non è esattamente uguale, o almeno si spera che quegli errori non saranno ripetuti in una sorta di ciclo dell’eterno ritorno. La vigilanza sulle banche in Europa oggi dovrebbe essere più omogenea e stringente di allora. E la Bce di Christine Lagarde sta dando segni di non essere accecata dalla stessa arroganza di quella, ormai lontana, di Jean-Claude Trichet. Ieri per la prima volta da molti mesi ha ammesso di non conoscere il futuro e dunque ha sospeso ogni giudizio: non c’è più alcun impegno a continuare ad alzare i tassi, prima di capire come si svilupperà la situazione sui mercati e nell’economia reale da ora in poi.
Naturalmente dietro questa apparente umiltà si nascondono anche divisioni profonde. Molti banchieri centrali dell’Europa centrale e del Nord vorrebbero continuare la stretta monetaria, anche se più gradualmente, per anticipare il momento in cui l’inflazione tornerà al 2%. Altri, soprattutto dell’Europa del Sud, fanno presente che le previsioni della stessa Bce di fatto indicano già una discesa del carovita verso l’obiettivo fra due anni. Dunque i primi vorrebbero frenare di più l’economia fin da subito, creando disoccupazione per sradicare il rischio di perdere il controllo dei prezzi. Gli altri vorrebbero che tra poco la Banca centrale si fermasse per vedere e capire cosa sta accadendo, a maggior ragione ora che la sfiducia corre di nuovo sui mercati e di sicuro renderà l’offerta di credito più scarsa e più costosa per le famiglie e per le imprese.
È un conflitto antico quanto l’euro ormai: proseguirà e poi troverà una sua sintesi. Ma ieri Lagarde ha usato anche parole sorprendentemente nuove, pronunciate spesso anche dal governatore della Banca d’Italia Vincenzo Visco. La presidente della Bce ha fatto capire che una minaccia di inflazione non viene solo dai lavoratori che chiedono adeguamenti al carovita, innescando una spirale prezzi-salari. Anche le imprese la alimentano, se accrescono i profitti continuando a tenere alti i prezzi dei beni ora che è sceso il costo delle materie prime usate nella produzione. A un certo punto ieri Lagarde è parsa sperare nella politica dei redditi di Carlo Azeglio Ciampi nel 1992, quando ha detto che serve «una giusta ripartizione degli oneri di questa che è quasi una tassa» (cioè il carovita).
Arrivare a qualcosa del genere trent’anni dopo Ciampi e su scala europea non sarà facile. Ma aiuterebbe. Perché nei prossimi mesi il rischio per la Bce, come per la Federal Reserve negli Stati Uniti, è di trovarsi tra Scilla e Cariddi: da un lato un’inflazione che rifiuta di scendere a livelli accettabili, dall’altro un sistema finanziario così fragile che altri aumenti dei tassi possono sollevare nuove ondate di panico. Allora sì che servirebbe tutta la saggezza e l’umiltà in chi ha le mani sul timone.

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