A causa del federalismo regionalistico e della conseguente crisi delle istituzioni centrali l’Italia di oggi si ritrova spaccata in due come nel periodo repubblicano non è mai stata

 

Un tabù ideologico attraversa la vita politica italiana, di fronte al quale si preferisce chiudere gli occhi: il regionalismo. Cioè il ruolo e le conseguenze che hanno avuto le Regioni, in specie dopo lo smisurato ampliamento delle loro competenze avvenuto con la modifica del titolo V della Costituzione del 2001. Dove al posto del vecchio art. 114, che avvedutamente diceva «la Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni», oggi invece si legge «La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato»: così, tutti sullo stesso piano e lo Stato per ultimo a mo’ di ciliegina sulla torta. Insomma una sorta di vero e proprio federalismo di fatto. Non starò a elencare le promesse non mantenute e gli effetti di cui l’istituzione del nostro ordinamento regionale può gloriarsi. Dall’impegno di non dar luogo a nuove assunzioni — quando si disse che per le Regioni si sarebbe ricorso solo al trasferimento di personale da altre amministrazioni pubbliche, e poi addirittura ridicolizzato negli ultimi due decenni dall’enorme crescita di nuovi addetti — fino alla semplificazione burocratica che — anche questo ci fu assicurato — il nuovo ente avrebbe dovuto apportare alla vita quotidiana dei cittadini. Che oggi, viceversa, si ritrova più che mai soffocata da un numero sempre crescente di prescrizioni, certificati, «dichiarazioni di conformità», permessi, licenze, sadicamente richiesti dalle Regioni, si può dire anche per respirare.
Ciò che appare più grave non è neppure questo, però. È — in conseguenza per l’appunto del para-federalismo regionalistico nostrano — il ridimensionamento, lo smantellamento di fatto o addirittura la vera e propria cancellazione degli organismi che un tempo componevano la vasta rete delle amministrazioni periferiche dello Stato: le sovrintendenze ai Beni culturali, i Provveditorati alle Opere pubbliche, i Provveditorati agli Studi, gli uffici del Genio civile, il Corpo Forestale, gli organi di controllo sulla spesa locale, e almeno in parte le stesse prefetture. Vale a dire lo smantellamento di tutta la rete degli organismi non solo deputati a monitorare il Paese secondo un criterio unitario e sufficientemente imparziale facendone altresì conoscere al centro le più varie necessità, ma necessari anche per poi trasmettere alle periferie gli impulsi provenienti dal centro medesimo.
Non è finita qui. Infatti, dopo l’instaurazione del regionalismo e del suo rafforzamento costituzionale, almeno altri tre fattori hanno contribuito ad aggravare ulteriormente la disarticolazione dello Stato centrale e la delegittimazione della sua presenza: la cancellazione dell’industria pubblica, il pauroso assottigliamento del personale della pubblica amministrazione determinato dal blocco delle assunzioni, e infine il radicamento di un generale pregiudizio contro la dimensione statale: tanto a destra, grazie alla diffusione della voga liberista, quanto a sinistra, grazie alla chiacchiera europeista sull’esaurimento della funzione dello Stato nazionale. Tutto insomma ha cospirato a produrre un unico risultato: la ritirata complessiva dello Stato dal Paese. Una ritirata che ha spaccato l’Italia in due.
Per mille ragioni che qui non è il caso di ricordare il Centro-Nord della Penisola ha tradizioni, risorse, capitale sociale e umano, che gli consentono in ogni campo, a cominciare da quello economico, performance di rilievo e comunque capacità di autonomia. Nel Centro-Nord perfino le Regioni del nuovo ordinamento para-federalista, benché siano fonte anch’esse di gigantismo burocratico, di sprechi, di clientelismo, riescono tuttavia ad adempiere alle loro funzioni in modo più o meno accettabile. Nel Centro-Nord, d’altra parte, una società civile ricca, strutturata e consapevole di sé riesce bene o male a tenere a bada l’arrembaggio del proliferante ceto politico locale. Talvolta perfino a prenderne il posto nella guida della cosa pubblica com’è avvenuto nel caso di Letizia Moratti all’assessorato alla Sanità della Lombardia. Un certo equilibrio ed amalgama tra le parti è insomma possibile.
Nel Mezzogiorno del Paese e nelle Isole, invece, non esiste e non accade nulla di tutto questo. Qui la ritirata dello Stato ha creato da un lato il collasso delle due principali istituzioni che un tempo erano gestite dallo Stato — la Sanità e l’Istruzione — e poi semplicemente il vuoto. Dileguatosi lo Stato, nel Sud a presidiare, rappresentare e tutelare la dimensione pubblica oltre le prefetture, le questure e i palazzi di giustizia, non c’è rimasto più niente. Non i partiti e pochissimo i sindacati (come dappertutto), non un giornale nazionale, nessuna politica di sviluppo, nessuna iniziativa dal basso di qualche rilievo in un qualsiasi ambito. È rimasto il vuoto, come dicevo. Che è stato riempito sistematicamente dalle Regioni e dal loro personale politico-burocratico-clientelare, in grado entrambi, anche grazie ai fondi di cui dispongono, di determinare, orientare e infiltrare ogni aspetto della vita sociale, culturale, istituzionale perfino economica. Tutto ovviamente allo scopo precipuo di perpetuare e accrescere il proprio potere oligarchico. Un vuoto riempito dalle Regioni ma non poche volte, come in Campania o Calabria, pure dalla delinquenza organizzata, ormai fonte anche di importanti investimenti commerciali e produttivi.
E così, a causa del federalismo regionalistico e della conseguente crisi dello Stato centrale l’Italia di oggi si ritrova spaccata in due come nel periodo repubblicano non è mai stata. Da una parte il Centro-Nord, che s’illude di poter fare da solo, inconsapevole che da solo è destinato ad essere unicamente una grande Slovenia vassalla in eterno della Germania, dall’altra un Sud alla deriva verso il nulla, al quale non è rimasta altra forma di protesta che i subitanei spostamenti della sua massa di voti da un’elezione all’altra che tengono il sistema politico nazionale in un equilibrio sempre precario. Ciò che è sbalorditivo è come di tutto questo ai partiti non sembri interessare nulla. Come entrambi gli schieramenti sembra che neppure si accorgano di come stanno le cose, voltino la testa dall’altra parte, non dicano una parola. Ovviamente perché ognuno ha la «sua» Regione, i «suoi» cosiddetti governatori, il suo feudo da difendere. Mentre ogni giorno la democrazia italiana vede crescere le pagine di un capitolo della sua crisi, i cui conti prima o poi essa saremo tutti chiamati a pagare.

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