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Dopo lo strappo sulla manovra di Cgil e Uil scatta il confronto sul “dopo Quota 102”. I sindacati insistono su una flessibilità diffusa a partire da 62 anni o 41 anni di versamento

Divisi ancora prima di cominciare sul ricalcolo contributivo della pensione. Parte in salita il confronto sulla previdenza tra governo e sindacati. E non solo per il recente strappo di Cgil e Uil, che hanno proclamato lo sciopero generale contro la manovra. Romane marcata la distanza sulle scelte da compiere per il 2023, una volta che si sarà esaurita la Quota 102 voluta da Mario Draghi e dal ministro all’Economia, Daniele Franco.
Con Palazzo Chigi disponibile a discutere di correzioni alla legge Fornero a patto che rimangano nel solco tracciato dall’esecutivo, mentre Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri insistono sulla necessità di una estesa flessibilità in uscita, già dai 62 anni d’età o con 41 anni di versamenti a prescindere dalla soglia anagrafica, e sulla necessità di penalizzare troppo i pensionandi con assegni interamente “contributivi” che potrebbero ridursi anche di oltre il 30%.
Ma sul tavolo ci sono anche altre questioni, come l’allargamento della platea dell’Ape sociale, la pensione di garanzia per i giovani e gli incentivi per favorire il decollo della previdenza complementare.

L’uscita da Quota 100 e Quota 102
L’obiettivo del confronto è individuare interventi strutturali per rendere meno rigida la riforma Fornero senza ripetere lo schema di Quota 100, introdotta dal primo governo Conte, e di Quota 102, prevista dalla manovra varata dall’Esecutivo Draghi per consentire nel solo 2022 le uscite anticipate con almeno 64 anni d’età e 38 di contributi. Da decidere anche il destino di altri strumenti, come ad esempio Opzione donna, che è stata nuovamente prorogata per il prossimo anno.

La linea del governo: contributivo e spesa contenuta
Il governo è disponibile a individuare soluzione condivise. Ma considera quella del contributivo per tutti la via maestra da seguire, soprattutto nel caso dei trattamenti anticipati, e non appare disposto a far lievitare ulteriormente la spesa pensionistica, che è già una sorta di “vigilata speciale” da parte di Bruxelles. Non a caso per il mini-pacchetto sulle pensioni inserito nella manovra sono stati messi a disposizione non più di 600 milioni.

Nel biennio 2020-21 spesa cresciuta in media del 2% l’anno
Dall’ultima fotografia scattata dalla Ragioneria generale dello Stato è emerso che nel biennio 2020-21 il tasso della spesa pensionistica, al netto dell’indicizzazione ai prezzi, è cresciuta in media del 2% l’anno, anche per l’effetto Quota 100, risultando «a livelli superiori» rispetto al periodo precedente al varo della riforma Fornero nel 2011. Il tutto, ha fatto ancora notare la Ragioneria generale, all’interno di una cornice che nel 2022 vede attestarsi le uscite per pensioni al 15,7% del Pil, per scendere leggermente fino al 15,3% nel 2027 e poi risalire al 16,4% nel 2044.

Ocse, in pensione a 71 anni chi comincia a lavorare ora
Anche l’Ocse ha puntato l’indice contro la corsa troppo sostenuta della spesa pensionistica italiana e ha criticato il ripetuto ricorso negli ultimi anni a deroghe alla legge Fornero, a partire da Quota 100. Ma l’Ocse ha anche evidenziato che nel nostro Paese chi comincia a lavorare oggi riuscirà ad andare in pensione non prima dei 71 anni d’età, a differenza di quanto accade attualmente con uscite dal lavoro in media a 61,8 anni. In altre parole, l’Italia in pochi decenni passerebbe dai pensionati più “giovani” d’Europa a quelli più “vecchi”, o quasi.

Lo studio Cgil: iniquo il ricalcolo contributivo dell’assegno
L’Analisi dell’Osservatorio Previdenza della Cgil e della Fondazione Di Vittorio mette in evidenza che il ricalcolo contributivo del trattamento pensionistico produrrebbe un taglio «importante e iniquo» che potrebbe anche superare il 30% dell’assegno lordo. Lo studio fa notare che per una retribuzione di 20mila euro lorde e con 30 anni di contribuzione complessiva, con una carriera lineare e 15 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995, la pensione lorda mensile passerebbe da 870 euro con il sistema misto a 674 euro con il ricalcolo contributivo, un taglio pari al 22,6%. «Una differenza che in questo caso per un soggetto che anticipa a 64 anni l’uscita con il ricalcolo contributivo peserebbe per 19.344 euro di pensione in meno nell’intero periodo di pensionamento», ha spiegato il responsabile Politiche previdenziali della Cgil, Ezio Cigna.

La tutela per i giovani con carriere discontinue
Per I sindacati è prioritario anche introdurre forme di tutela pensionistica per i giovani con carriere discontinue, come la “pensione di garanzia”. La Cisl, in particolare, ha elaborato una proposta, assorbita nella proposta unitaria delle tre organizzazioni sindacali, per garantire un trattamento pensionistico adeguato alle giovani generazioni anche attraverso la valorizzazione “gratuita”, a fini previdenziali, dei periodi di formazione e di inoccupazione legati a politiche attive. L’assegno sarebbe di tipo contributivo e ne beneficerebbero soprattutto i nati dopo il 1970, spesso alle prese per lunghi periodi di tempo con lavori precari.

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